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La pietra del paragone

 
Melodramma giocoso in due atti 
di Luigi Romanelli

 
 
ATTO PRIMO 
 
Giardino. 
 
Scena prima 
Coro misto d'ospiti e di giardinieri del 
Conte Asdrubale; indi Pacuvio; poi 
Fabrizio da una parte, la Baronessa 
Aspasia dall'altra; e finalmente Donna 
Fulvia. 
 
CORO 
Non v'è del Conte Asdrubale 
Più saggio cavaliere: 
Ha sensi e cor magnanimo, 
È dolce di maniere; 
E in casa sua risplendono 
Ricchezza e nobiltà. 
Le femmine rispetta; 
Qui con piacer le accoglie; 
Ma par che poca fretta 
Si dia di prender moglie; 
Sia forte nello scegliere 
La sua difficoltà. 
 
PACUVIO 
(con alcuni fogli di carta spiegati in 
mano, e in atto di leggere) 
Attenti; ascoltate: 
Che rime sono queste! 
 
CORO (voltandogli le spalle) 
Di grazia lasciate... 
 
PACUVIO (inseguendoli) 
Io fingo che Alceste 
Facendo all'amore, 
Coll'ombra d'Arbace 
Ragioni così. 
 

CORO (come sopra) 
Lasciateci in pace. 
(Più gran seccatore 
Giammai non s'udì.) 
 
PACUVIO (come sopra) 
"Ombretta sdegnosa 
Del Missipipì...". 
 
CORO (ironicamente) 
Bellissima cosa! 
(con somma impazienza) 
Ma basta fin qui. 
 
PACUVIO 
(veggendo a comparir Fabrizio abbandona 
gli altri, e va ad incontrarlo con trasporto) 
Le orecchie, o Fabrizio, 
Ti vo' imbalsamare. 
 
FABRIZIO 
(mostrando molta fretta per liberarsene) 
Per certo servizio 
Lasciatemi andare. 
 
BARONESSA 
(da un altra parte chiamandolo) 
Fabrizio... 
 
PACUVIO 
(rivolgendosi verso di lei) 
Signora, 
Qui badi per ora: 
È Alceste, che parla... 
(in atto di leggere). 
 
BARONESSA  
Non voglio ascoltarla. 
 
PACUVIO 
(ora verso gli uni, ora verso gli altri) 
Quest'aria allusiva 
Eroico-bernesca 
Cantar sulla piva 
Dovrà una fantesca 
Per far delle risa. 
Gli astanti crepar. 
 
BARONESSA, FABRIZIO e CORO 
È bella e decisa, 
Non voglio ascoltar. 
 
PACUVIO  
(leggendo) "Ombretta..." 
 
FULVIA 
(contemporaneamente chiamandolo) 
Pacuvio... 
 
CORO 
(volendosi dispensare) 
Di grazia... 
 
PACUVIO  
(come sopra verso la Baronessa 
senz'avvedersi di Fulvia, che lo chiama) 
"Ombretta...". 
 
FULVIA  
Pacuvio... 
 
BARONESSA  
Son sazia... 
 
PACUVIO  
(come sopra verso Fabrizio) 
"Ombretta...". 
 
FULVIA  
Pacuvio... 
 
FABRIZIO  
(con impazienza) Non posso. 
 
BARONESSA  
Ha il diavolo addosso. 
 
FULVIA 
Ma, caro Pacuvio, 
Badatemi un po'. 
 
PACUVIO 
Ho in petto un Vesuvio; 
Frenarmi non so. 
 
BARONESSA, FABRIZIO e CORO 
Da questo diluvio 
Si salvi chi può. 
 
PACUVIO  
(a Fabrizio) "Ombretta...". 

FABRIZIO  
(ritirandosi) Per pietà... 
 
PACUVIO  
(alla Baronessa) 
"Sdegnosa...". 
 
BARONESSA  
Io parto, 
Se non tacete. 
 
PACUVIO 
(avvedendosi solamente in questo 
punto di Donna Fulvia) 
Oh! Donna Fulvia... Appunto 
Qui giungete a proposito: è uno squarcio 
Degno d'illustri orecchie. 
 
FULVIA  
Io volentieri 
L'ascolterò. 
 
PACUVIO 
(alla Baronessa con enfasi 
accennando Donna Fulvia) 
Queste son donne! 
 
BARONESSA 
(con sarcasmo) 
È vero: 
Si chiama Donna Fulvia. 
 
FULVIA 
(egualmente) 
È molto meno, 
Che Baronessa. 
 
PACUVIO 
In somma, 
Chi non ama il musaico, o parta o taccia. 
 
FABRIZIO 
(a Donna Fulvia, partendo) 
Mi consolo con lei. 
 
BARONESSA 
(egualmente) 
Buon pro vi faccia. 
 

Scena seconda 
Pacuvio e Donna Fulvia. 
 
PACUVIO 
Che ignoranza maiuscola! 
 
FULVIA  
Io suppongo 
Che sia malignità. 
 
PACUVIO  
Peggio per loro! 
(nell'atto di tornare a spiegare il foglio) 
Odi, mio bel tesoro... 
 
FULVIA 
Non dir così: sai che alla destra aspiro 
Del Conte. 
 
PACUVIO  
Già; ma non per genio. 
 
FULVIA  
È ricco. 
 
PACUVIO 
(sospirando) 
Purtroppo! ed io 
 
FULVIA 
Ci vuol pazienza. Avrai 
A buon conto stipendio, alloggio e tavola, 
Quando sposa io sarò. 
 
PACUVIO 
Fa sempre onore 
Alle famiglie un letterato in casa. 
Ne son persuasa. 
 
PACUVIO 
(tornando a spiegare il foglio) 
Ascolta dunque... 
 
FULVIA  
Osserva 
Giocondo con Macrobio. 
 
PACUVIO 
Ah! quel Giocondo 
Non lo posso soffrir. 
 
FULVIA 
Dunque bisogna 
Evitarlo. 
 
PACUVIO 
Sibbene: andiam di sopra; 
Anzi, per far più presto 
Entriamo in quella camera terrena, 
Dove ti recitai la prima scena. 
(Partono). 
 
Scena terza 
Macrobio e il Cavalier Giocondo, che si 
avanzano altercando insieme. 
 
MACROBIO 
Mille vati al suolo io stendo 
Con un colpo di giornale: 
S'ella in zucca ha un po' di sale, 
Non ricusi il mio favor. 
 
GIOCONDO 
Vil timore ai versi miei 
Mai non fece alcun giornale: 
Ma una bestia come lei, 
Se mi loda, io ne ho rossor. 
 
MACROBIO 
Stamperò, signor Giocondo. 
 
GIOCONDO 
D'ordinario io non rispondo. 
 
MACROBIO 
Senza entrar nella materia 
Potrei metterla in ridicolo. 
 
GIOCONDO 
Forse allora in aria seria 
Rintuzzar potrei l'articolo. 
 
MACROBIO 
Rintuzzar?... cioè rispondere? 
 
GIOCONDO 
Senza dubbio, et toto pondere. 
 
MACROBIO  
Vale a dir? 
 

GIOCONDO  
Con tutto il peso. 
 
MACROBIO  
Somma grazia mi farà. 
 
GIOCONDO  
Ma in qual modo ella non sa. 
 
MACROBIO  
Che mel dica. 
 
GIOCONDO  
Venga qua. 
Per sua regola io conosco 
Una semplice tisana, 
Che può dirsi il tocca e sana 
D'ogni sesso e d'ogni età. 
 
MACROBIO 
Io credea tutt'altra cosa 
Da trattarsi in versi o in prosa; 
Né la vera in lei conosco 
Letteraria nobiltà. 
 
CORO  
(senza scaldarsi) 
Io vo' far quel che mi piace. 
 
MACROBIO  
(con fuoco) 
Patti chiari: o guerra, o pace. 
 
GIOCONDO  
(deridendolo) 
Più bel pazzo non si dà. 
 
MACROBIO  
(come sopra) 
Guerra vuole, e guerra avrà. 
 
GIOCONDO  
(con disprezzo) 
Voi siete un uom da niente. 
 
MACROBIO 
Ma guai se aguzzo il dente. 
 
GIOCONDO  
(cominciando a scaldarsi) 
Aborto di natura. 
 
MACROBIO  
(in aria derisoria) 
Ma stampo e fo paura. 
 
GIOCONDO  
(con fuoco) 
Hai spalle da bastone. 
 
MACROBIO 
Ho un becco da falcone. 
 
GIOCONDO  
(con molto sdegno) 
È un vile omai chi tollera 
La tua temerità. 
 
MACROBIO  
(deridendolo) 
Non vada tanto in collera, 
Che insuperbir mi fa. 
Signor Giocondo, io vedo 
Ch'ella vuol guerra, e guerra avrà. 
 
GIOCONDO  
Né guerra 
Voglio con voi, né pace. 
 
MACROBIO  
Il mio giornale... 
 
GIOCONDO  
Ha molta fame. 
 
MACROBIO  
I letterari articoli... 
 
GIOCONDO  
Io non compro all'incanto. 
 
MACROBIO 
Orsù, parliamo. 
Di cose allegre. Il Conte 
È vostro amico. 
 
GIOCONDO  
Ebben? 
 
MACROBIO 
Dunque saprete 
A qual di queste vedove la destra 
Ei porgerà. 
 

GIOCONDO  
Che importa a voi? 
 
MACROBIO  
Saperlo 
Mi giova. 
 
GIOCONDO 
Ed io non cerco mai, né svelo 
I fatti altrui. 
 
MACROBIO 
La Marchesina, io credo, 
Trionferà. 
 
GIOCONDO 
(sospirando di soppiatto) 
(Pur troppo 
Lo temo anch'io!) 
 
MACROBIO 
(osservandolo) 
(Par che sospiri.) Un colpo 
Sarebbe questo al vostro cor. 
 
GIOCONDO  
Che dici? 
Al mio cor? tu deliri. 
 
MACROBIO  
Eh, via, che serve 
Farne un mistero? Ella vi piace... 
 
GIOCONDO 
(interrompendolo con sommo impeto) 
In somma, 
Vuoi tu finirla, o no? 
 
MACROBIO 
(con affettata commiserazione) 
Sa il Ciel, se i vostri 
Non corrisposti affetti io compatisco! 
 
GIOCONDO 
Quando teco questiono, io m'avvilisco. 
(Partono per bande opposte). 
 
Scena quarta 
La Marchesa Clarice, cui di dentro risponde 
il Conte Asdrubale ad imitazione dell'eco. 
 
CLARICE  
Quel dirmi, oh dio! non t'amo... 
 
CONTE  
T'amo. 
(Clarice manifesta la sua sorpresa). 
 
CLARICE  
Pietà di te non sento... 
 
CONTE  
Sento. 
 
CLARICE 
(È il Conte... ah! sì... proviamo 
Se mi risponde ancor.) 
È pena tal, ch'io bramo... 
 
CONTE  
Bramo... 
 
CLARICE  
Che alfin m'uccida amor. 
 
CONTE  
Amor. 
 
CLARICE  
Al fiero mio tormento... 
 
CONTE  
Mento... 
 
CLARICE  
Deh! ceda il tuo rigor. 
 
CONTE  
Rigor. 
 
CLARICE 
Eco pietosa... 
(tendendo l'orecchio) 
Su queste sponde... 
(come sopra) 
(Più non risponde.) 
Tu sei la sola, 
Che mi consola 
Nel mio dolor. 
Quella che l'eco mi facea, del Conte 
Era certo la voce: ei con quest'arte 
Si scoperse abbastanza. 
"Amo, sento", egli disse, e "bramo amore"; 
E quel che assai più val, "mento rigore". 
La Baronessa e Donna Fulvia invano 
Gareggiano con me, 
Seppur non c'infinocchia tutte e tre. 
Questo non crederei. Là fra quei rami, 
Per meglio assicurarmi 
Degli andamenti suoi, vado a celarmi. 
(Parte). 
 
Scena quinta
 
Il Conte Asdrubale solo, osservando se 
la Marchesa Clarice è partita. 
 
CONTE 
Se di certo io non sapessi 
Che la donna è ingannatrice, 
I lamenti di Clarice 
Mi farebbero pietà. 
Pietà? Pietà?... spropositi; 
Dove mi va la testa? 
Guai, se a pietà mi desta! 
Son fritto, come va. 
Ah! non sedurmi, Amore; 
È giusto il mio rigore: 
Ah! non fia ver che in femmina 
Io sogni fedeltà. 
Di me stupisce ognun, perché, malgrado 
I sei lustri d'età quasi compiti, 
Non entro nella classe de' mariti; 
Tanto più che son ricco. 
Tanto meno io direi: son le ricchezze 
Della stima e del genio 
Tiranne antiche. Allo splendor dell'oro 
Bello si crede, o d'allettar capace, 
Quel ch'è brutto in essenza o che non piace. 
Molte mi dan la caccia, e sopra ogni altra 
Quelle tre vedovelle: io mi diverto 
Dalla lor gelosia; ma qual poi d'esse 
Me solo apprezzi, e non la mia fortuna, 
Chi lo può indovinar? forse nessuna. 
(In atto dipartire). 
 
 

Scena sesta 
La Marchesa Clarice e detto. 
 
CLARICE  
(con brio ed aria di semplicità) 
Conte, udite.

CONTE  
In che posso, 
Marchesina, ubbidirvi? 
 
CLARICE  
Io saper bramo 
Se l'eco è maschio o femmina. Ridete? 
 
CONTE 
(O finge, o è molto semplice.) Non altro, 
Che nuda voce ripercossa è l'eco. 
 
CLARICE  
Cammina o no? 
 
CONTE  
No certo. 
 
CLARICE  
Eppur pocanzi 
Era là. 
 
CONTE  
La vedeste? 
 
CLARICE  
Non lo vidi; 
Ma l'ascoltai, ma mi rispose... Oh caro! 
Caro... se fosse femmina, 
Ne avrei dispetto. 
 
CONTE  
(Il mio maggior periglio 
È costei, quando parla.) 
 
CLARICE  
(Ei va le cose 
Ruminando fra sé.) 
 
CONTE  
Dunque rispose? 
 
CLARICE  
E come bene! 
 
CONTE  
Ed ora? 
 
CLARICE  
Ed ora... ed ora. 
O dorme, o di parlar non ha più voglia, 
Come accade anche a noi. 
 
CONTE  
Questo alle donne 
Non accade giammai. 
 
CLARICE  
No? tanto meglio! 
 
CONTE  
Perché? 
 
CLARICE 
(quasi vergognandosi, ma sempre col 
medesimo brio e semplicità) 
Per ché vorrei... che l'eco fosse... 
Che fosse... 
 
CONTE  
Ebben? 
 
CLARICE 
(manifestando rossore come prima) 
Che fosse maschio... e poi!... 
E poi... 
 
CONTE  
(facendole coraggio) Via su. 
 
CLARICE 
Che somigliasse a voi. 
Conte mio, se l'eco avesse 
Tutto quel che avete voi, 
Io godrei fra le Contesse 
La maggior felicità. 
 
CONTE 
Io dell'eco avrei paura, 
S'ella fosse come voi; 
Ché la fede è mal sicura 
Dove regna la beltà. 
 
CLARICE 
Ah! se un altro rispondesse, 
Come l'eco a me rispose!... 
 
CONTE  
Per esempio? 
 
CLARICE  
Certe cose... 
Conte mio, non posso più. 
 
CONTE  
Via, sentiam, via dite su. 
 
CLARICE  
Mi disse che m'ama. 
 
CONTE  
Ma forse per giuoco. 
 
CLARICE  
Mi disse che brama... 
 
CONTE  
Spiegatevi. 
 
CLARICE Amor 
Mi disse che sente, 
Che mente rigor. 
 
CONTE 
Son prove da niente, 
Che ingannano un cor. 
 
CLARICE 
(Che mi creda la fenice 
Del mio sesso, io non dispero.) 
 
CONTE 
(Che sia questa la fenice 
Del suo sesso, io non lo spero.) 
 
CLARICE e CONTE 
(Quel che avvolga nel pensiero, 
Presto o più tardi io scoprirò.) 
 
CONTE  
Vi saluto. 
 
CLARICE  
Addio, Contino. 
 

CONTE  
(Non mi fido.) 
 
CLARICE  
(Ha l'occhio fino.) 
 
CONTE 
Ricordatevi che l'eco 
Ha l'usanza di scherzar. 
 
CLARICE 
Se l'avessi sempre meco, 
Mi farebbe giubilar. 
(Partono). 
 
Scena settima 
Macrobio e la Baronessa. 
 
MACROBIO 
Siete pur bella! ed io sarei felice, 
Se foste anche pietosa. 
 
BARONESSA 
In primo luogo 
Non so se a me, che sono 
Vedova d'un Baron, la man convenga 
D'un giornalista. 
 
MACROBIO 
In quanto a questo io credo 
Di star bene in bilancia: il mio talento... 
 
BARONESSA  
Eppoi... 
 
MACROBIO  
Capisco; il Conte... 
 
BARONESSA  
Il Conte è ricco 
E sarebbe al mio caso. 
 
MACROBIO  
Ebben, se mai... 
 
BARONESSA 
Se mai col Conte non facessi niente... 
 
MACROBIO 
In ogni modo vi farò il servente. 
 
BARONESSA 
O servente, o marito: anzi, sin d'ora 
Mio servente sarai. 
 
MACROBIO  
L'offerta accetto. 
 

BARONESSA 
Se far potessi al Conte 
Con questo mezzo un po' di gelosia... 
 
MACROBIO  
Ma... 
 
BARONESSA 
Ricca io diverrò; sarai contento. 
 
MACROBIO 
Ricca quest'è il miglior d'ogni argomento. 
(Partono). 
 
Scena ottava 
Donna Fulvia, indi Pacuvio. 
 
FULVIA 
Dove mai si cacciò? la rosa al Conte 
Io vorrei presentar: ma se Pacuvio... 
Eccolo; ebben? 
 
PACUVIO 
Già la sestina è fatta; 
E che sestina! il Conte 
Le ciglia inarcherà. 
 
FULVIA  
Questa è la rosa. 
 
PACUVIO  
Bella! 
 
FULVIA  
Sentiam. 
 
PACUVIO  
No; prima 
Voglio farvi sentir come ho cambiata 
L'aria che poco fa vi ho recitata. 
 

FULVIA  
Forse non vi piacea? 
 
PACUVIO 
Quand'è ch'io faccia 
Cosa che non mi piaccia? 
 
FULVIA  
Perché dunque?... 
 
PACUVIO 
Ascoltate 
Come una lingua patetica e burlesca 
Parli all'ombra del mago una fantesca. 
"Ombretta sdegnosa 
Del Missipipì, 
Non far la ritrosa, 
Ma resta un po' qui." 
"Non posso, non voglio," 
L'ombretta risponde: 
"Son triglia di scoglio, 
Ti basti cosi." 
E l'altro ripiglia: 
"Sei luccio, non triglia." 
Qui nasce un insieme: 
Chi piange, chi freme. 
Fantesca - "Sei luccio." 
Ombretta - "Son triglia." 
Fantesca - "Ma resta." 
Ombretta - "Ti basti, 
Ti basti, t'arresta, 
Non dirmi così." 
(In atto di partire). 
 
FULVIA  
(seguendolo) 
Bravo, bravo, bravissimo! 
 
PACUVIO 
(retrocedendo) 
Eh... che dici? 
Di quel "Missipipì"?... pipi... pipì... 
Quel mi basta così?... quel contrapposto 
Fra luccio e triglia non t'incanta? 
 
FULVIA  
È vero. 
 
PACUVIO 
Bizzarria di pensiero, 
Sorpresa, novità... 
 
FULVIA  
(a Pacuvio) 
Il Conte appunto è qua. 
 
Scena nona 
Il Conte, pensoso, avanzandosi lentamente, 
e detti. 
 

CONTE 
(In favor di Clarice 
Mi parla il cor; ma consiglier non saggio 
Egli è sovente. Or si vedrà.) 
(in atto di attraversare il giardino) 
 
PACUVIO  
(a Fulvia) Coraggio. 
 
FULVIA  
(al Conte) Serva sua. 
 
CONTE  
Mia padrona. 
 
PACUVIO  
(al medesimo) 
A voi s'inchina 
Il Pindarico. 
 
CONTE  
(a Pacuvio) Addio. 
 
PACUVIO 
(a Fulvia) 
(Fuori la rosa.) 
(Prima al Conte, ch'è in atto dipartire, 
poi a Fulvia con impazienza) 
Un momentin... (fuori la rosa.) 
 
FULVIA  
(Aspetta.) 
 
PACUVIO  
(come sopra) 
(Fuori la rosa, o recito.) 
 
FULVIA  
(Che fretta!) 
 
CONTE  
(Sarà qualcuna delle sue.) 
 
FULVIA 
(vuol presentar la rosa al Conte) 
Scusate... 
 
PACUVIO 
Zitto per or: voi state 
Ferma così, di presentarla in atto. 
 
CONTE 
(È un vero ciarlatan, ma sciocco e matto.) 
 
PACUVIO 
Parlo in terza persona. 
(Mettendosi fra il Conte e Donna Fulvia, che 
sta in atto di presentar la rosa) 
"Io v'offro in questa rosa spampanata 
La mia lacera, stanca e pelagrosa 
Alma, che sul finir di sua giornata 
Dir non saprei se sia gramigna o rosa." 
 
Genere petrarchesco. 
 
CONTE 
In quanto a me lo chiamerei grottesco. 
 
PACUVIO 
(prima al Conte, poi a Donna Fulvia) 
Anche. Or date la rosa. 
 
FULVIA  
Eccola. 
 
CONTE  
Grazie. 
 
PACUVIO  
Agli ultimi due versi. 
"L'ho raccolta per voi di proprio pugno: 
E quando? nel maggior caldo di giugno". 
 
CONTE  
Ora siamo in aprile. 
 
PACUVIO  
Non importa. 
In grazia della rima un cronichismo 
Di due mesi è permesso: 
Virgilio somaron facea lo stesso. 
 
CONTE 
Ah, ah, ah... cronichismo... ah, ah... Virgilio... 
Virgilio somaron... (quanti spropositi!) 
Ah, ah, ah… 
 
PACUVIO 
(a Fulvia, ch'è restata attonita) 
Lo vedete? a' versi miei 
Mai non manca un effetto. 
 
CONTE 
(appoggiandosi ad una pianta) 
Oh Dio! non posso più. 
 
PACUVIO 
(a Fulvia che si stringe nelle spalle, 
conducendola via) 
Non ve l'ho detto? 
 
Scena decima 
Fabrizio e il Conte. 
 
FABRIZIO  
Eccomi a' vostri cenni. 
 
CONTE  
Orsù, Fabrizio: 
Per la seconda volta oggi la pietra 
Del paragone si adoperi; ad effetto 
Pongasi quel progetto 
Che immaginai. 
 
FABRIZIO  
Sibbene. 
 
CONTE  
All'africana 
Mi vestirò. 
 
FABRIZIO 
Da lungo tempo è pronto 
L'abito nell'armadio. 
 
CONTE  
Ecco il biglietto 
Da rimettersi a me per dar principio 
Alla burletta. 
 
FABRIZIO  
Ho inteso. 
 
CONTE  
A te poi tocca 
Il secondar da scaltro... 
 
FABRIZIO 
Già so quel che ho da far; non occorr'altro. 
(Il Conte parte). 
 
Scena undicesima 
Fabrizio solo. 
 
FABRIZIO 
Uomo più singolar del mio padrone 
Non conobbi finor. Son dodici anni 
Che ho l'onor di servirlo e sempre ho visto 
Vaghezza in lui di matrimonio. Intanto 
A forza di riflettere 
Che la scelta è difficile; che il genio 
È sempre incerto; e che il femmineo sesso 
Osserva men, quando promette assai, 
Invecchierà senz'ammogliarsi mai. 
(Parte). 
 
Stanze terrene contigue al giardino. 
 
Scena dodicesima 
Giocondo e Clarice, poi Macrobio, indi il 
Conte. 
 
GIOCONDO  
Perché sì mesta? 
 
CLARICE 
Il mio gemello, il caro 
Lucindo, ad or ad or mi torna in mente. 
(Giocondo la sta intanto osservando con 
meraviglia e passione). 
(Questo gemel sovente 
Mi giova nominar: forse partito 
Io ne trarrò, se ogni altro mezzo è vano.) 
 
GIOCONDO 
Strana, scusate, in voi questa mi sembra 
Tenerezza fraterna: da fanciulli 
Vi divideste, e fu per sempre: estinto 
Da sett'anni il credete... eh Marchesina... 
Altra... 
 
CLARICE  
(con qualche risentimento) 
Che dir vorreste? 
 
GIOCONDO  
Altra, io suppongo, 
Più vicina sorgente ha il vostr'affanno. 
Il Conte a voi sì caro... 
Mio rivale ed amico... il sempre incerto 
Conte... Ah! Clarice... ah! se potessi anch'io 
Le vostre cure meritar!... 
(Clarice si mette in serietà). 
Ma troppo. 
E voi rispetto e l'amistà. 
 
MACROBIO  
Se avessi 
Cinquanta teste e cento mani appena 
(al comparir di Macrobio, Clarice prende 
un aspetto ilare). 
Potrei de' concorrenti al mio giornale 
Appagar le richieste. 
 
GIOCONDO 
In quanto a me sareste 
Sempre ozioso. 
 
CLARICE  
(con brio) Come? 
Al Cavalier la critica non piace? 
 
GIOCONDO 
Anzi la bramo, e i giornalisti apprezzo, 
Sensati, imparziali, 
E non usi a lordar venali fogli 
D'insulsi motti e di maniere basse: 
Ma non entra Macrobio in questa classe. 
 
CONTE  
(in aria gioiosa) 
Che si fa? che si dice? 
 
MACROBIO  
Si discorre 
Di critica. 
 
CONTE  
Io vorrei che i giornalisti 
Quando sull'opre altrui sentenza danno 
Dicessero il perché. 
 
GIOCONDO  
Pochi lo sanno: 
Per esempio Macrobio... 
 
CLARICE 
(al Cavalier Giocondo ed al Conte) 
Eppur, signori, 
Sotto diverso aspetto 
Quello che fa Macrobio sul giornale 
Fate voi tutti e due. 
 
MACROBIO 
(a Clarice manifestando piacere 
della opinione di lei) 
Brava! ci ho gusto! 
 
CLARICE 
L'usanza di operar senza un perché 
Non ha Macrobio sol, ma tutti e tre. 
 
CONTE  
Come? 
 
GIOCONDO  
Che dite mai? 
 
CLARICE  
Lo dico, e sono 
Prontissima a provarlo: 
Zitto... fate silenzio infin ch'io parlo. 
 
CLARICE  
(al Conte) 
Voi volete, e non volete: 
(al Cavalier Giocondo) 
Voi tacete o sospirate: 
(a Macrobio) 
Voi lodate o biasimate: 
E ciascun senza un perché. 
 
CONTE 
Con le donne, o signorina, 
Star bisogna molto all'erta 
Se quest'alma è sempre incerta, 
Ho pur troppo il mio perché. 
 
GIOCONDO 
Con la sorte, o signorina, 
Giorno e notte invan m'adiro: 
E se taccio e se sospiro, 
Ho pur troppo il mio perché. 
 

MACROBIO 
Con la fame, o signorina, 
Io non posso andar d'accordo: 
Quando lecco e quando mordo, 
Ho pur troppo il mio perché. 
 
CLARICE 
Se ho da dirl' a senso mio, 
Siete pazzi tutti e tre. 
 
GIOCONDO, MACROBIO e CONTE 
Fra i perché senz'altro il mio 
È il miglior d'ogni perché. 
 
CLARICE, GIOCONDO, MACROBIO e 
CONTE 
Ogni cosa, o male o bene, 
A sua voglia il mondo aggira: 
Chi lo prende come viene, 
L'indovina per mia fé. 
(Comparisce Fabrizio, che consegna il 
viglietto al Conte; questi l'apre, 
e leggendolo finge di turbarsi). 
 
CONTE 
(Per compire il gran disegno 
Mesto in fronte io leggo il foglio: 
Poi con arte il mio cordoglio 
Fingerò di mascherar.) 
 
CLARICE, GIOCONDO e MACROBIO 
(ciascun da sé osservando il Conte) 
Si scolora, è questo un segno 
Che funesto è a lui quel foglio: 
Ci sogguarda, e il suo cordoglio 
Tenta invan di mascherar.) 
 
GIOCONDO  
(al Conte) 
Perché mai così tremante? 
 
CONTE 
(fingendo una forzata disinvoltura per 
darla meglio ad intendere) 
Io già m'altero per niente. 
 
CLARICE  
(al medesimo) 
Che vuol dir quel tuo sembiante? 
 

MACROBIO  
(al medesimo) 
Qualche articolo insolente? 
 
CONTE  
(con forza, e poi ricomponendosi) 
Stelle inique! 
 
CLARICE 
Ah! Conte amato... 
(come sopra) 
Qual disastro! 
 
GIOCONDO  
Ah! caro amico 
 
CONTE  
(come sopra) Giusti Dèi! 
 
MACROBIO  
Che cosa è stato? 
 
CONTE 
Non badate a quel che dico 
Io di voi mi prendo giuoco. 
 
CLARICE, GIOCONDO e MACROBIO 
Non intendo questo giuoco. 
 
CONTE  
Il più bello non si dà. 
 
CLARICE, GIOCONDO, e MACROBIO 
Il più strambo non si dà. 
 
CLARICE 
(Io ravviso in quell'aspetto 
Del destin la crudeltà.) 
 
GIOCONDO 
(Di paura e di sospetto 
Il mio cor tremando va.) 
 
MACROBIO 
(Lacerar mi sento il petto 
Dalla mia curiosità.) 
 
CONTE 
(La comparsa del viglietto 
Al disegno gioverà.) 
(Dal timor del mio periglio 
Imbrogliata han già la testa: 
Or più dubbio non mi resta 
Di poterli trappolar.) 
 
CLARICE, GIOCONDO e MACROBIO 
Ha il terror fra ciglio e ciglio: 
Incomincia e poi s'arresta: 
Calma finge e la tempesta 
Lo costringe a palpitar. 
(Partono). 
 
Scena tredicesima 
Pacuvio e Donna Fulvia; indi la Baronessa. 
 
PACUVIO 
Ma che sestina! che sestina! io penso 
D'esibirla a Macrobio: il suo giornale 
Concetto acquisterà. 
 
FULVIA  
(in aria dubitativa) 
Sarà bellissima, 
Ma... 
 
PACUVIO  
(con impazienza e dispetto) 
Ma che? 
 
FULVIA  
Non capisco 
Perché il Conte ridea. 
 
PACUVIO  
Quando si ride 
È segno che si gode. Io faccio ridere 
Quando voglio; e in quest'arte non la cedo 
Neppure all'inventor della Riseide, 
Ch'è stimato il miglior dopo l'Eneide. 
 
BARONESSA 
(guardando all'intorno senza badare a 
Pacuvio e a Donna Fulvia) 
Invan lo cerco... 
 
PACUVIO (andandole incontro) 
Ah! Baronessa, udite.. 
 
BARONESSA 
No; piuttosto mi dite ove Macrobio 
Trovar potrei. 
 
PACUVIO 
Ne vado in traccia io stesso 
Per far la sua fortuna. Appunto... adesso... 
(mettendo fuori l'orologio) 
Son dieci ore passate: 
Qui lo conduco subito, aspettate. 
(Parte in fretta). 
 
Scena quattordicesima 
La Baronessa e Donna Fulvia; indi 
Pacuvio di ritorno con Macrobio. 
 

BARONESSA 
Come va, Donna Fulvia? mi sembrate 
Alquanto malinconica. 
 
FULVIA  
Io? no certo: 
Anzi sono allegrissima. (Vorrebbe 
Scoprir terreno.) E voi mia cara, siete 
Di buon umore? 
 
BARONESSA 
Altro che buono! eppoi 
Mi si conosce in fronte. 
 
FULVIA  
(Che rabbia!) 
 
BARONESSA  
(Freme) 
 
FULVIA  
Avete visto il Conte? 
 
BARONESSA 
(Oh! qui mi cascò l'asino.) 
L'ho visto poco fa. 
 
FULVIA  
Sì? che vi disse? 
 
BARONESSA 
Se l'aveste ascoltato! era galante 
Oltre il costume. 
 
FULVIA 
(Ah maledetto!) Io sempre 
L'ho trovato così: gentile, ameno... 
 
MACROBIO 
(a Pacuvio) 
Non ho tempo, non posso; e il foglio è pieno: 
La volete capir? M'inchino a queste 
Leggiadrissime dame. 
 
BARONESSA 
Io vi cercava 
Per andare al passeggio. 
 
PACUVIO  
(con enfasi) È una sestina. 
Da stamparsi, o Macrobio, in carta pegola. 
 
BARONESSA  
(ridendo di Pacuvio) 
Ah, ah, ah... 
 
FULVIA 
(Che pettegola! 
Di tutto ride.) 
 
MACROBIO 
(a Pacuvio che insiste) 
È inutile: ho due cento 
Articoli pro e contra preparati, 
Che in sei mesi saran già consumati. 
(Ora ad esso, ora alle altre) 
Son tanti i virtuosi 
E di ballo, e di musica, clienti 
Del mio giornal, che diverrà frappoco 
L'unico al mondo. Infatti figuratevi 
D'essere in casa mia. Questo è il mio studio: 
Qui ricevo; e frattanto 
Nel cortil, per le scale, in anticamera, 
Un non so qual, come di mosche o pecchie, 
Strano ronzio si ascolta: 
Piano, piano, signori; un po' per volta. 
Chi è colei che s'avvicina? 
È una prima ballerina: 
(finge che la ballerina parli ella stessa) 
"Sul Teatro di Lugano 
Gran furor nel Solimano!" 
(finge di prendere del denaro) 
Mille grazie; siamo intesi; 
Il giornal ne parlerà. 
D'una prima cantatrice 
Vien la mamma sola, sola. 
(Come sopra) 
"Nel Traiano alla Fenice 
Gran furor la mia figluola!" 
(come sopra) 
Mille grazie; siamo intesi: 
Il giornal ne parlerà. 
La Fiammetta col fratello, 
Altra prima sul cartello. 
(Come sopra) 
Mille grazie; siamo intesi: 
Il giornal ne parlerà. 
Mala folla già s'accresce; 
Tutti udir non mi riesce. 
Virtuosi d'ogni razza, 
Che ritornano alla piazza, 
Bassi, musici e tenori, 
Pappagalli e protettori: 
Osservate che scompiglio! 
Che bisbiglio qui si fa! 
Largo, largo... ecco il Maestro, 
Il Maestro Don Pelagio: 
Baci, amplessi... adagio, adagio... 
Ma chi è mai quest'altro qua? 
È il Poeta Faccia fresca, 
Che non sa quel che si pesca. 
Quante ciarle! Sì, signore, 
Voi farete un gran furore: 
Questa musica è divina: 
Più bel dramma non si dà. 
Il Poeta con le carte... 
Il Maestro con la parte... 
Giusti Dei! che assedio è questo: 
Chi mi salva per pietà? 
(Parte con la Baronessa). 
 
PACUVIO 
Trovar saprò ben io 
Qualch'altro giornalista, che abbia a cuore 
Il suo guadagno sì, ma più l'onore. 
(Parte con Fulvia). 
 
Giardino, come sopra. 
 
Scena quindicesima
 
Coro di giardinieri, che parte immediatamente. 
Poi la Marchesa Clarice, che si allontana con 
modestia dal Cavalier Giocondo; indi Macrobio; 
finalmente la Baronessa e Donna Fulvia. 
 
CORO 
Il Conte Asdrubale 
Dolente e squallido 
Nella sua camera 
Si ritirò. 
Forse il più barbaro 
Fra tutti gli astri 
Disastri insoliti 
Gli minacciò. (Parte). 
 
GIOCONDO  
Perché fuggir? di che temete? 
 
CLARICE 
Io temo 
D'insuperbir, quando vi ascolto. 
 
GIOCONDO 
Ed io 
Da così giuste lodi 
Astenermi non so. 
 
CLARICE 
Se giuste sono, 
Vel dica il mio rossor. 
 
MACROBIO 
(avanzandosi) 
(Bravi! si finga 
Di non vederli.) 
 
GIOCONDO 
(a Clarice) Il labbro 
Uso a mentir non ebbi mai. 
 
MACROBIO 
(ad alta voce e fingendo di 
non aver veduti gli altri due) 
Fra queste 
Ombrose amiche piante alla memoria 
Io mi reco la storia, 
Vale a dire il famoso 
Contrabbando amoroso 
Di Medoro e d'Angelica. 
 
GIOCONDO  
(a Clarice) 
(Costui 
Metaforicamente ci canzona.) 
 
CLARICE  
(a Giocondo) 
(Senz'altro: io partirò.) 
 

GIOCONDO  
(a Clarice) 
(Siete pur buona! 
Anzi restar dovete.) 
 
MACROBIO 
(rinforzando la voce e guardando 
verso il di dentro della scena) 
Il Conte... 
 
CLARICE 
(intimoriti, credendo che comparisse 
il Conte Asdrubale)  
Il Conte? 
 
GIOCONDO  
Il Conte? 
 
MACROBIO 
(Oh che paura!) 
Il Conte Orlando... 
 
CLARICE  
(Respiro!) 
 
GIOCONDO  
(Lode al Ciel!) 
 
MACROBIO 
Va intorno errando: 
E Angelica e Medoro 
In barba sua parlan così fra loro. 
Su queste piante incisi 
I nostri nomi stanno: 
Anch'esse apprenderanno 
D'amore a palpitar. 
(Macrobio finge di vederli allora per la 
prima volta). 
 
GIOCONDO 
(a Macrobio scoprendosi) 
Io so, signor mio caro, 
Di chi parlar s'intende. 
 
CLARICE 
Il suo discorso è chiaro, 
Ma sciocco, e non mi offende. 
 
 

MACROBIO 
(agli altri due sempre con allusione 
e sarcasmo) 
Angelica e Medoro, 
Che vanno amoreggiando... 
Povero Conte Orlando! 
Impazza per mia fé. 
 
CLARICE e GIOCONDO 
(a Macrobio) 
Angelica e Medoro... 
Amor di contrabbando... 
Son cose che sognando 
Tu vai così fra te. 
(Macrobio parte; Clarice e Giocondo 
in atto di partire). 
 
BARONESSA e FULVIA 
(con affanno; gli altri due retrocedono) 
Oh caso orribile! 
Caso incredibile! 
Il Conte Asdrubale 
Tutto perdé. 
 
CLARICE e GIOCONDO 
(Con sorpresa) 
Come? cioè? 
 
BARONESSA 
Guai, se consorte 
Mi fosse stato! 
 
FULVIA 
Per buona sorte 
Non mi ha sposato. 
 
BARONESSA e FULVIA 
Oh che disordine! 
Son fuor di me! 
 
CLARICE e GIOCONDO 
Via su, con ordine 
Meglio spiegatevi. 
 
BARONESSA e FULVIA 
(in atto dipartire) 
Qui torno subito... 
 
CLARICE e GIOCONDO 
(trattenendole) 
Ma in grazia diteci, 
Che nuova c'è. 
 
BARONESSA e FULVIA 
Vado ad intendere 
Meglio il perché. 
(Partono). 
 
Scena sedicesima 
Macrobio di ritorno, indi Pacuvio 
dal lato opposto a detti, che nell'atto 
di partire s'incontrano in Macrobio. 
 
MACROBIO 
Altro che ridere 
Su i nostri fatti! 
È qui Lisimaco 
Castigamatti; 
E mostra un vaglia 
Di sei milioni, 
Che in Sinigaglia 
Da un tal Piloni 
Fu sottoscritto 
Cent'anni fa. 
 
CLARICE e GIOCONDO 
Di questa favola 
Capisco poco. 
 
PACUVIO 
(agitatissimo) 
Non v'è più tavola, 
Non v'è più cuoco. 
 
MACROBIO 
Il creditore 
Per farsi onore 
Alla sua mensa 
C'inviterà. 
 
CLARICE 
(interrogando gli altri due) 
Ma la sua patria?... 
 
GIOCONDO  
La condizione? 
 
CLARICE e GIOCONDO 
Ma d'onde viene? 
 
PACUVIO  
Vien dal Giappone. 
 
MACROBIO  
(a Pacuvio) 
Voi fate sbaglio, 
Dal Canadà. 
 
PACUVIO 
Egli è un Turchesco 
Della Brettagna. 
 
MACROBIO 
Anzi un Tedesco, 
Nato in Bevagna. 
 
CLARICE e GIOCONDO 
Che pezzi d'asini! 
Regga chi vuole; 
Son più i spropositi, 
Che le parole: 
Mi fate stomaco 
Per verità. 
(Partono in fretta). 
 
Scena diciassettesima  
Detti; poi la Baronessa e Donna Fulvia; 
indi il Conte Asdrubale travestito con alcuni 
servi e marinari vestiti nel medesimo 
costume. Notaio con altri che si fingono 
gente della Corte di Giustizia, e Fabrizio 
che simula un'estrema afflizione. 
 
PACUVIO 
(verso i due che son partiti) 
A me? cospetto! 
 
MACROBIO  
A me? per Bacco! 
 
MACROBIO e PACUVIO 
(rimproverandosi l'un l'altro) 
Per vostra colpa 
Soffro uno smacco. 
 
PACUVIO  
So quel che dico. 
 
MACROBIO  
Non sono un cavolo. 
 
BARONESSA e FULVIA 
(in fretta) 
Ecco l'amico; 
(agli altri due) 
Non fate strepito, 
O tutti al diavolo 
Ci manderà. 
 
MACROBIO e PACUVIO 
(l'uno all'altro) 
Chi prenda equivoco, 
Or si vedrà. 
 
CONTE  
(a Fabrizio) 
Lui star conta, io star mercanta, 
Ti star furba, e lui birbanta. 
 

BARONESSA, FULVIA, MACROBIO 
e PACUVIO 
Dice bene. 
 
CONTE  
(al medesimo) 
(Oh che canaglia!) 
(mostrando un foglio logoro dal tempo) 
Qui star vaglia. 
 
PACUVIO 
(dopo averlo guardato) 
Sei milioni! 
 
BARONESSA, FULVIA e MACROBIO 
Bagattella! 
 
CONTE  
(a Fabrizio) 
(Che bricconi!) 
(al medesimo) 
Se trovara controvaglia, 
Mi far vela per Morèa. 
 
FABRIZIO  
(tutto mesto) Non trovara. 
 
CONTE 
Scamonéa tua poltrona resterà. 
 
MACROBIO 
Parla proprio in lingua etrusca. 
 
CONTE  
Mi mangiara molta crusca. 
 
MACROBIO  
Si conosce. 
 
CONTE  
Baccalà. 
Tambelloni Kaimacacchi. 
 
MACROBIO  
(Che mai dice?) 
 
BARONESSA, FULVIA e PACUVIO 
(Non intendo.) 
 
BARONESSA, FULVIA, MACROBIO 
e PACUVIO 
Mille grazie. 
 
CONTE  
Baccalà. 
 
FABRIZIO  
(Li canzona come va.) 
 
CONTE  
(a Fabrizio) 
Non aprira più portona, 
O tua testa andar pedona. 
 
BARONESSA, FULVIA, MACROBIO 
e PACUVIO 
(Che vuol dir questa canzona?) 
 
CONTE  
Sequestrara... 
 
BARONESSA, FULVIA, MACROBIO 
e PACUVIO 
Adagio un po'. 
 
CONTE  
Sigillara... 
 
BARONESSA e FULVIA 
E le mie cose? 
 
CONTE  
Sigillara. 
 
MACROBIO  
E i manuscritti? 
 
PACUVIO  
I miei drammi? 
 
MACROBIO  
Le mie prose? 
 
CONTE  
Sigillara. 
 
BARONESSA, FULVIA, MACROBIO 
e PACUVIO 
In quanto a noi... 
 
CONTE  
Sigillara. 
 
BARONESSA, FULVIA, MACROBIO 
e PACUVIO 
Oh questo no! 
 
FABRIZIO 
(al Conte sempre con simulata insistenza) 
Ubbidirò. 
 
MACROBIO 
(al Conte) 
Mi far critica giornala 
Che aver fama in ogni loco; 
Né il potera ritardar. 
 
CONTE 
Manco mala! manco mala! 
Ti lasciara almen per poco 
Il buon senso respirar. 
 
BARONESSA, FULVIA, MACROBIO 
e PACUVIO 
Sigillate pure al Conte 
Bocca, naso, e che so io; 
Ma, cospetto! quel ch'è mio 
Lo dovete rispettar. 
 
CONTE 
Quanti stara, a modo mio 
Mi volera sigillar. 
 
FABRIZIO 
(Che hanno il cor perverso e rio, 
Più non v'è da dubitar.) 
 
Cortile interno in casa del Conte. 
 
Scena diciottesima 
Clarice sola; indi il Conte e Giocondo non 
veduti da lei, come essa non veduta da loro; 
poi Macrobio e Pacuvio, la Baronessa 
e Donna Fulvia. 
 
CLARICE 
Non serve a vil politica 
Chi vanta un cor fedele: 
Quando la sorte è critica, 
L'onor non volta vele: 
Eppoi nessun mi dice, 
Ch'ella non può cangiar. 
(Intanto comparisce il Conte nei suoi propri abiti 
fingendo mestizia, e il Cavalier Giocondo, che 
di buona fede lo conforta). 
 
CONTE 
(Lasciate un infelice, 
Vicino a naufragar.) 
(fra loro) 
GIOCONDO 
(Alla virtù non lice 
Gli oppressi abbandonar.) 
 
CLARICE, CONTE e GIOCONDO 
(Il Conte e Giocondo fra loro alquanto 
indietro e Clarice da sé) 
(Del paragon la pietra 
Sono i contrari eventi: 
Nei giorni più ridenti 
Più dubbia è l'amistà.) 
 
MACROBIO e PACUVIO 
(in aria di scherno) 
Marchesina... 
 
BARONESSA e FULVIA 
Contessina... 
(Il Conte e Giocondo osservano in disparte). 
 
BARONESSA, FULVIA, MACROBIO 
e PACUVIO 
Mi consolo, e a voi mi prostro: 
Ora il Conte è tutto vostro. 
 

CLARICE 
(con disinvoltura e brio) 
Tanto meglio! 
 
BARONESSA, FULVIA, MACROBIO 
e PACUVIO 
(come sopra)  
Già si sa. 
 
GIOCONDO  
(al Conte) 
(Li vedete? gli ascoltate?) 
 
CONTE  
(a Giocondo) 
(Ci vuol flemma.) 
 
CLARICE  
(come sopra) 
Canzonate. 
 
MACROBIO e PACUVIO 
(come sopra) 
Che fortuna! 
 
CLARICE 
(come sopra) 
Io sono in ballo; 
Bene o mal si ballerà. 
 
CONTE 
(avanzandosi con Giocondo e scoprendosi) 
Cari amici, or che il destino 
Mi privò d'ogni sostanza, 
Qual voi date a me speranza 
Di soccorso e di favor? 
(Ciascuno gli fa la sua offerta). 
 
MACROBIO  
Un articolo sul foglio. 
 
PACUVIO  
Una flebile elegia. 
 
BARONESSA e FULVIA 
(stringendosi nelle spalle) 
Non saprei... 
 
GIOCONDO 
(con franchezza e cordialità) 
La casa mia. 
 
CLARICE 
(con vivacità e dolcezza) 
La mia man, l'entrata e il cor. 
 
MACROBIO e PACUVIO 
(fra loro guardando il Conte, 
ed allontanandosi da lui

(Scappa, scappa...) 
 
BARONESSA e FULVIA 
(egualmente) 
(Oh com'è brutto!) 
 
GIOCONDO  
(al Conte) 
(Osservate.)

MACROBIO e PACUVIO 
(come sopra) 
(È cosa seria.) 
 
CLARICE, CONTE e GIOCONDO 
(fra loro) 
(Dove regna la miseria. 
Tutto è noia e tutto è orror.) 
 
BARONESSA, FULVIA, MACROBIO 
e PACUVIO 
(Meglio assai nella miseria 
Si distingue un seccator.) 
 
Scena ultima 
Fabrizio con un antico foglio in mano, 
saltando per l’allegrezza; coro d'ospiti e 
giardinieri del Conte egualmente lieti, e 
detti. 
 
FABRIZIO e CORO  
Viva, viva! 
 
FABRIZIO 
In un cantone 
D'un armadio abbandonato, 
Fra la polve... 
 
CONTE 
(interrompendolo con impazienza) 
L'hai trovato? 
 

FABRIZIO  
L'ho trovato... 
(Sorpresa comune). 
 
CONTE  
(come sopra) 
Il controvaglia? 
 
FABRIZIO e CORO  
Legga, legga. 
 
CONTE  
(abbracciando Fabrizio) 
Uh! benedetto! 
 
CLARICE e GIOCONDO 
(con vera cordialità) 
Oh che gioia! 
 
BARONESSA, FULVIA, MACROBIO 
e PACUVIO 
(attorniando il Conte con affettata 
compiacenza) 
Oh che diletto! 
 
CLARICE e GIOCONDO 
(fra loro accennandosi gli altri quattro) 
(Come cambiano d'aspetto!) 
 
BARONESSA e FULVIA 
Il mio cor l’avea predetto. . 
 
CONTE 
In momenti sì felici... 
(fingendo di svenire) 
Ah! ch'io manco... ah! dove sono?... 
 
MACROBIO e PACUVIO 
(volendo sostenerlo) 
Fra le braccia degli amici. 
 
BARONESSA e FULVIA 
(avvicinandosi anch'esse) 
Poverino! 
 
CLARICE e GIOCONDO 
(respingendoli e sostenendo il Conte) 
Eh, andate là. 
 
TUTTI 
Qual chi dorme e in sogno crede 
Di veder quel che non vede, 
Se uno strepito improvviso 
Tronca il sonno, egli è indeciso 
Nel contrasto delle vere 
Colle immagini primiere... 
Fra la calma e la tempesta 
Corre, vola e poi s'arresta... 
Tal son io col mio cervello 
Fra l'incudine e il martello... 
 
CLARICE, CONTE, GIOCONDO, FABRIZIO 
e CORO 
Sbalordita/o, 
 
BARONESSA, FULVIA, MACROBIO 
e PACUVIO 
Sbigottita/o

CLARICE, CONTE, GIOCONDO, FABRIZIO 
e CORO 
Agitata/o, 
 
BARONESSA, FULVIA, MACROBIO 
e PACUVIO 
Spaventata/o, 
 
TUTTI 
Condannata/o a palpitar. 
Dal passato e dal presente, 
Non so come, alternamente... 
 
CLARICE, CONTE, GIOCONDO, FABRIZIO 
e CORO 
Dalla gioia e dal timore 
Io mi sento a trasportar. 
 
BARONESSA, FULVIA, MACROBIO, 
e PACUVIO 
Dalla rabbia e dal rossore 
Io mi sento a lacerar.

 
ATTO SECONDO 
 
Cortile interno, come nell'atto primo. 
 
Scena prima 
La Baronessa, Donna Fulvia e coro 
d'ospiti del Conte; quindi Macrobio 
e il Conte da una parte; il Cavalier 
Giocondo e Pacuvio dall'altra. 
 
CORO 
Lo stranier con le pive nel sacco 
Per vergogna è partito in gran fretta. 
 
BARONESSA e FULVIA 
Per sua colpa ho sofferto uno smacco, 
Ma farò la mia giusta vendetta: 
Forse al Conte, a Clarice, a Giocondo 
Questo fatto avrà molto a costar. 
 
CORO 
Via, che serve? son cose del mondo: 
Non sarebbe che un farsi burlar. 
 
MACROBIO 
(al Conte in atto di scusa) 
Io del credito in sostanza 
Già vedea l'incompetenza: 
Né parlai per insolenza, 
Ma per voglia di scherzar. 
 
CONTE 
(a Macrobio sorridendo, e in aria di disprezzo) 
Io già so per vecchia usanza 
Coltivar l'indifferenza: 
Ogni scusa in conseguenza 
Voi potete risparmiar. 
 
PACUVIO 
(a Giocondo, scusandosi) 
Fu poetica licenza, 
Non lo feci per baldanza: 
La drammatica sembianza 
Mi parea di recitar. 
 
GIOCONDO 
(con sommo disprezzo) 
Fu solenne impertinenza; 
Ma non merita importanza: 
Già vi scusa l'ignoranza 
Senza starne più a parlar. 
 
BARONESSA e FULVIA 
(ciascuna da sé, la Baronessa osservando 
Macrobio e Donna Fulvia Pacuvio) 
(Domandargli perdonanza 
È una vera sconvenienza: 
Questa vil testimonianza 
Io non posso tollerar.) 
 
CORO 
(Sotto l'umile apparenza 
Pieni son di petulanza: 
L'uno e l'altro all'occorrenza 
Tornerebbe a motteggiar.) 
(Il coro si ritira). 
 
GIOCONDO 
(Eppur ciascun di loro alla sua dama 
Avea promesso di sfidarci.) 
 
CONTE 
(fra loro sorridendo) 
(E in vece 
Si son scusati.) 
 
GIOCONDO 
(Oh che vigliacchi!) 
 
BARONESSA  
(a Macrobio) (Oh bella! 
Vuoi cimentarlo, e gli domandi scusa?) 
 
MACROBIO  
(alla Baronessa)  
(Certo.) 
 
BARONESSA  
(Fra noi non s'usa...) 
 
(Frattanto il Cavalier Giocondo e il Conte 
discorrono fra loro). 
 
MACROBIO 
(È una moda novissima, 
Venuta dal Catai, che quanto prima 
Pubblicherò sul mio giornale.) 
 
PACUVIO  
(a Donna Fulvia) 
(In somma, 
Lo volete saper? la scusa è finta: 
Il duello seguì: la vita in dono 
Mi domandò con le ginocchia a terra.) 
 
FULVIA  
(a Pacuvio con sorpresa) 
(Chi?) 
 
PACUVIO  
(Giocondo; ma zitto.) 
 
FULVIA 
(a voce alta in atto di volerlo palesare) 
(Anzi...) 
 
PACUVIO 
(a Donna Fulvia opponendosi) 
(No; zitto: giacché per suo decoro 
Di non farne parola ei m'ha pregato: 
Ed io gliel'ho promesso, anzi giurato.) 
 
GIOCONDO 
(al Conte osservando gli uni e gli altri) 
(Gran contrasto han fra loro.) 
 
CONTE  
(a Giocondo) 
(Io co' buffoni 
Mi diverto.) 
 
GIOCONDO  
(Io m'annoio.) 
 
BARONESSA  
(a Macrobio)  
(Ebben?...) 
 
MACROBIO  
(alla Baronessa) 
(Senz'altro 
La disfida io farò.) 
 
PACUVIO  
(a Donna Fulvia) 
(L'avrei potuto 
Come un tordo infilzar; ma troppo io sono 
Tenero per natura e sensuale.) 
 
FULVIA  
(a Pacuvio) 
(S'è così, son contenta.) 
 
PACUVIO  
(È tal e quale.) 
 
CONTE 
Nel vicin bosco, amici, 
A divertirci andiamo. 
 
MACROBIO 
Il moto giova 
All'appetito. 
 
GIOCONDO 
I cacciatori, io credo, 
Partiranno a momenti. 
 
CONTE 
(ad un domestico che parte subito) 
Ehi, vanne tosto 
La Marchesina ad avvertir. Se poi 
Volesse alcun di voi 
Dar prova di bravura, 
Prenda il fucil. 
 
PACUVIO  
(parte in fretta) 
Voglio provarmi. 
 
FULVIA  
In casa 
Per alcune faccende 
Io resterò. 
 
CONTE 
Come vi aggrada. Andiamo. 
(Parte col Cavalier Giocondo). 
 
Scena seconda
 
Macrobio e la Baronessa in atto dipartire, 
a Donna Fulvia che la trattiene. 
 
FULVIA  
(parlandole all'orecchio) 
Baronessa, ascoltate. 
 
BARONESSA  
Possibile? 
 
FULVIA  
(partendo con brio) 
Senz'altro. Addio. 
 
BARONESSA  
(a Macrobio) 
Che intesi 
Per vostro e mio rossor! Già Donna Fulvia 
È vendicata, ed io... 
 
MACROBIO  
Che dite? 
 
BARONESSA  
Or sappi, 
Che vinto il Cavalier la vita in dono 
Da Pacuvio impetrò. 
 
MACROBIO 
Bu, bu... che bomba! 
 
BARONESSA  
Pacuvio il disse. 
 
MACROBIO 
E non potea Pacuvio 
Tradir la verità? 
 
BARONESSA 
Pretesti a parte. 
 
MACROBIO 
Io pretesti? stupisco. 
 
BARONESSA  
O sfida il Conte, 
O non sperar ch'io più ti guardi in faccia. 
L'esige l'onor mio. 
 
MACROBIO 
Dopo la caccia. 
(Partono). 
 
Bosco. 
 
Scena terza 
Pacuvio col fucile, e coro di cacciatori. 
 
CORO  
(a Pacuvio) 
A caccia, o mio signore, 
Poeta eccellentissimo: 
Se siete cacciatore, 
Tirate, e si vedrà. 
(Pacuvio appoggia sgarbatamente il fucile 
ora alla spalla sinistra, ora alla destra). 
Ma bravo!... anzi bravissimo! 
(ironicamente) 
Gran preda si farà. 
Gli uccelli andranno al diavolo 
In piena sanità. 
(Il coro parte). 
 

PACUVIO 
(verso i cacciatori) 
Sì, sì, ci parleremo: 
Con un figlio di Pindo e d'Elicona, 
Quando tira davver, non si canzona. 
(Si ascolta qualche strepito di vento, 
foriero del temporale). 
Ahi!... chi si muove...? io non vorrei... ma questo 
Par che un bosco non sia da bestie indomite. 
(Mentre il vento va crescendo appoco 
appoco, ed oscurandosi lentamente il bosco, 
risuonano da lontano alcuni colpi di fucile, 
e successivamente compariscono diversi 
uccellacci coll'ale aperte. Pacuvio mira or 
all'uno, or all'altro senza mai sparare: si 
accorge poi che non ha montato il fucile; 
nell'atto che lo monta, gli uccelli spariscono, 
a riserva d'uno, contro cui egli si dirige 
senza mai effettuare il colpo. Finalmente, 
correndogli dietro e tirandogli il cappello, 
si perde di vista). 
(Scoppia il temporale; si oscura totalmente 
il bosco, agitato dal vento e illuminato dai 
frequenti lampi. Comparisce di bel nuovo 
Pacuvio spaventato, stringendosi al petto e 
coprendo per quanto può alcuni fogli). 
(Fugge Pacuvio incerto e sbalordito, e al 
temporale succede intanto gradatamente 
la calma). 
 
PACUVIO 
Ahi!... scappa... il vento in aria 
Mi ha portato il fucile... aiuto!... ah! dove 
Salvar me stesso e i scritti miei... soccorso!... 
Deh! Fulmine canoro, 
Rispetta, se non altro, il sacro alloro. 
(Fuggendo). 
 
Scena quarta  
Giocondo solo. 
 
GIOCONDO 
Oh come il fosco impetuoso nembo 
Ci separò!... Clarice, il Conte invano 
Chiamai sovente, e più l'altrui mi calse, 
Che il mio periglio... Or tutto è calmo, e solo 
Regna nel petto mio tempesta eterna. 
La mia tiranna io mi figuro in braccio, 
 
All'amico rival... sparsa le chiome... 
Pallida... ansante... e lui veder mi sembra, 
Che al sen la stringe... la conforta... e pasce 
L'avido ciglio in quella, 
Fatta dal pianto e dal timor più bella. 
Quell'alme pupille 
Io serbo nel seno: 
Ma un guardo sereno 
Non hanno per me. 
Deh! Amor, se merita 
Da te mercede 
La sempre candida 
Mia lunga fede, 
Fa' ch`io dimentichi 
Sì gran beltà. 
Tu fosti origine 
Del mio dolor: 
Tu l'opra barbara 
Correggi, Amor. 
(In atto dipartire). 
 
Scena quinta 
La Marchesa Clarice e detto; indi 
Macrobio, il Conte e la Baronessa. 
 
CLARICE  
(chiamandolo) 
Ehi... Giocondo... Giocondo... 
 
GIOCONDO 
(con sorpresa) 
Oh!... sola? e dove 
Lasciaste il Conte? 
 
CLARICE 
Non sì tosto il cielo 
Tornò seren, ch'ei s'innoltrò nel bosco 
Con alcuni de' suoi, di due villani 
Lasciando a me la scorta: io nel vedervi 
Li congedai. 
(alludendo al temporale) 
Ma che paura! 
 
GIOCONDO 
(con qualche caricatura)  
Il Conte 
L'avrà temprata. Io sì, Clarice, io privo 
D'ogni conforto, l'Austro frema, o spiri 
Il Zefiro soave... 
 
CLARICE  
E torni sempre 
Te stesso a tormentar, né puoi scordarti?… 
 
GIOCONDO 
(interrompendola con trasporto) 
Io scordarmi di te? 
 
CLARICE  
Se pace brami... 
 
GIOCONDO  
(egualmente) 
Io pace? eh come? a farmi guerra eterna 
Tre nemici ho nel sen: la tua fortuna, 
L'amor mio, l'amistà; quella involarti; 
Questa tradir non lice; e Amor frattanto 
Pretende invan della vittoria il vanto. 
 
CLARICE 
Alla fortuna rinunziar non fora 
Per generoso cor difficil opra: 
Ma rinunziar, Giocondo, 
Tu all'amistà non devi, 
Io non posso all'amor. 
 
GIOCONDO 
(con molta passione) 
Né un raggio almeno 
Di remota speranza... 
 
CLARICE  
Invan. 
 
GIOCONDO  
Del Conte 
Il non mai stanco dubitar... 
 
CLARICE  
Deh! lascia Ch'io mi lusinghi. 
 
GIOCONDO  
Il tempo 
Cangia talor gli umani affetti. 
 
CLARICE  
È vero; 
Non so negarlo. 
 
GIOCONDO 
E tu potresti un giorno 
Riacquistar la libertà primiera. 
 

CLARICE 
(Mi fa pietà.) 
Dunque ti calma, e spera. 
Spera, se vuoi, ma taci: 
Io ti prometto amore; 
Seppur da' lacci il core 
Un giorno io scioglierò. 
 
(Intanto comparisce Macrobio e chiama 
il Conte ch'egli vede da lontano. 
Da un'altra parte sovraggiunge 
la Baronessa). 
 
GIOCONDO 
Ai dolci accenti tuoi 
Dove mi sia, non so. 
 
BARONESSA 
(ad alta voce accennando 
Clarice e Giocondo) 
Macro... 
 
MACROBIO 
Ma zitto (bestia!) 
(Al Conte per canzonarlo) 
Dite? colei che fa? 
(ironicamente e con enfasi) 
La prima fra le vedove, 
Che vanti fedeltà. 
 
CONTE 
(alla Baronessa ed a Macrobio 
senza manifestarsi agli altri due

Bravissimi! bravissimi! 
Femmina è sempre femmina: 
Amoreggiar lasciamoli 
Con tutta libertà. 
 
BARONESSA 
(a Macrobio) 
(L'affar diventa serio: 
Ci ho gusto in verità.) 
 
GIOCONDO 
(a Clarice) 
Mi promettete amore? 
 
MACROBIO 
(al Conte sempre nella medesima aria) 
Amore! 
 
CONTE  
Poverino! 
 
CLARICE 
(a Giocondo) 
Consulterò il mio core. 
 
MACROBIO 
(come sopra) 
Il core! 
 
CONTE 
(mostrando disinvoltura) 
Va benino. 
(Che faccia quel che vuole: 
Le donne io so pesar.) 
 
(Comparisce in distanza il coro de' 
cacciatori).
 
 
MACROBIO 
(Il capo assai gli duole, 
E nol vorria mostrar.) 
 
GIOCONDO 
(a Clarice) 
(Per me comincia il sole 
Quest'oggi a scintillar.) 
 
CLARICE 
(a Giocondo) 
(Son semplici parole 
Per farti almen sperar.) 
 
BARONESSA 
(Ma queste non son fole, 
Son fatti da mutar.) 
 
CONTE 
(a Clarice con forza, avanzandosi 
e scoprendosi)
 
Donna di sensi equivoci, 
Piena d'astuzie e cabale, 
Ch'io sono a torto incredulo. 
Potrai lagnarti ancor? 
 
CLARICE, BARONESSA, GIOCONDO 
e MACROBIO 
(La baronessa, Macrobio e il Conte 
alludendo agli altri due, e questi a se stessi)
 
Qual d'improvviso fulmine 
Insolito fragor! 
 
Scena sesta 
Coro di cacciatori che si avanzano, e detti. 
 
CORO 
In mezzo al temporale 
La caccia è andata male: 
(accennando Clarice e Giocondo mortificati) 
Ma il Conte a due merlotti 
Qui poi la caccia diè. 
 
MACROBIO 
Il fatto sul giornale 
Io stampo per mia fé. 
 
CLARICE 
(ai cacciatori) 
Come? qual mia favella? 
Che insulto a me voi fate? 
 
CORO 
(a Clarice) 
Prima eravate in sella, 
Or vi trovate appiè. 
 
CLARICE, BARONESSA, CONTE, 
GIOCONDO e MACROBIO 
Men tremendo che tempesta 
Questo colpo a me non par. 
Sin le chiome sulla testa 
Io mi sento a sollevar. 
 
CLARICE, BARONESSA, CONTE, 
GIOCONDO, MACROBIO e CORO 
Così allor che all'onde in faccia 
Freme il vento e il fulmin romba, 
Strana tema i sensi agghiaccia 
Dell'intrepido nocchier. 
(Tutti partono in confusione). 
Stanze terrene, come nell'atto primo. 
 
Scena  settima 
Donna Fulvia e Fabrizio, indi Pacuvio 
affannato. 
 
FULVIA 
Io posso dir d'averla indovinata 
Restando in casa. 
 

FABRIZIO 
È stato veramente 
Un fiero temporal. 
 
PACUVIO 
(a Fabrizio) 
Corri, t'affretta. 
 
FABRIZIO  
Dove? che fu? 
 
PACUVIO 
Per asciugar gli scritti 
Sono entrato in cucina; ivi alla recita 
D'una mia scena dolcebrusca il cuoco 
È caduto in declivio. 
 
FABRIZIO  
La vuol dire in deliquio. 
 

PACUVIO 
Certo, è là delinquente in un cantone. 
 
FABRIZIO 
Sarà stata la puzza del carbone. 
(Partendo in fretta). 
 
PACUVIO 
Ah! Donna Fulvia, se non era il tempo, 
Avrei fatta una strage 
Di salvaggiume: 
(mettendo fuori di tasca un picciolissimo 
uccello morto) 
Altro perciò non posso 
Esibirvi che questo 
Picciolo segno della mia bravura. 
 
FULVIA 
(voltandogli le spalle e partendo) 
Non so che farne. 
 
PACUVIO  
(È morto di paura.) 
(Partendo anch'esso). 
 
Scena ottava
 
Il Conte Asdrubale e il Cavalier Giocondo. 
 
CONTE 
Di quanto poco fa Clarice e voi 
A me diceste, io sono 
Persuaso abbastanza. 
 
GIOCONDO 
Ella è innocente: 
Né reo son io che di leggiera colpa, 
Se può colpa chiamarsi... 
 
CONTE 
Il vostro affetto 
Per lei m'era già noto, 
E la vostra virtù. 
 
GIOCONDO 
Ma quando mai 
Risolverete? 
 
CONTE 
Il matrimonio è un passo, 
Un passo grande! 
 
GIOCONDO  
E non vi basta ancora... 
 
CONTE 
Risolverò: per ora 
Pensiamo a divertirci con Macrobio, 
Che sfidarmi dovea. 
 
GIOCONDO  
Come vi piace. 
 
CONTE  
Andiam. 
 
GIOCONDO 
(Che strana idea!) 
(Entrambi in atto di partire). 
 
Scena nona 
La Marchesa Clarice tutt'allegra con una 
lettera dissigillata in mano, e detti.
 
 
CLARICE 
(ansante per la gioia) 
Amici, oh! qual d'una sorella al cuore 
Soave annunzio inaspettato! Udite: 
Il Capitan Lucindo, 
Il mio caro Lucindo, il mio gemello... 
 

CONTE  
(in aria di scherzo) 
Dagli Elisi tornò? 
 
CLARICE  
Quegli ch'estinto 
Da ciascun si credea, vive; e son questi 
Dopo sett'anni di silenzio i suoi 
Preziosi caratteri. 
(Sorpresa degli altri due) 
(Perdona, 
Ombra del mio german, se all'uopo io chiamo 
De' miei disegni il nome tuo.) 
 
CONTE  
Ma dove 
Si trattenne finor? 
 
GIOCONDO  
Perché non scrisse? 
 

CONTE  
Fu prigionier? 
 
CLARICE 
Nol so: di tutto a voce 
M'informerà. L'ottavo sole appena 
Sorgea di nostra età, quando il destino 
Ci separò; pur le sembianze ancora 
Io n'ho presenti. 
 
CONTE 
Eppoi 
Specchiandovi... 
 
GIOCONDO  
Sibben, le avete in voi. 
 
CONTE  
S'egli, è ver, ch'eravate... 
 
CLARICE 
Certamente: 
Eravam somiglianti, 
Come due gocce d'acqua. Oh quante volte 
La nostra buona madre 
Con le cangiate fanciullesche spoglie 
Le paterne pupille 
Tradì per giuoco! e un dolce error di nomi, 
Non già d'affetti, risuonò su i labbri 
Del comun padre! 
 
CONTE  
Io mi consolo. 
 
GIOCONDO  
A parte 
Son de' vostri contenti. 
 
CLARICE  
(al Conte) 
Se il permettete alla cittade io volo, 
Dove m'attende il mio german. 
 
CONTE 
Che venga 
Ei stesso qui. 
 
CLARICE 
"Breve in Italia", ei scrive, 
"Sarà la mia dimora; 
Né voglio abbandonar la compagnia". 
 
CONTE 
Qui la conduca, e quanto vuol ci stia. 
 
CLARICE  
Quest'è troppo. 
 
CONTE 
Che troppo? i militari 
Io sempre amai. 
 
CLARICE 
Le vostre grazie in voce 
Dunque ad offrirgli andrò. 
 
CONTE 
Se ricusasse, 
Mi farebbe un affronto. 
 
CLARICE 
(Già previsto io l'avea; tutto è già pronto.) 
(Tutti e tre in atto di partire s'incontrano in Pacuvio). 
 
Scena decima 
Pacuvio affannato, e detti. 
 
PACUVIO  
(mostrando una lettera) 
Nuova grande! è arrivato 
Sin qui da ieri alla piazza 
Il maestro Petecchia, il celeberrimo... 
 
CONTE 
Credete voi che molti siano in oggi 
I maestri di vaglia? 
 
PACUVIO 
Più di cento 
Saran senz'altro, e tutti bravi, e tutti 
conosciuti da me. 
 
CLARICE  
(in aria di derisione) 
Compreso ancora 
Il maestro Petecchia. 
 
GIOCONDO  
Certo, ossia febbre putrida. 
 
CONTE 
(al Cavalier Giocondo) 
In acconcio 
Qui cadrebbe, a me sembra, 
Quel tal vostro sonetto, in cui fingete, 
Se non m'ingann, d'aver fatto un sogno, 
Recitatelo in grazia. 
 
GIOCONDO  
In grazia dispensatemi. 
 
CLARICE  
Via, Cavalier. 
 
GIOCONDO  
Non mi sovvien... scusatemi. 
 
CLARICE 
Finiamola. Un mio furto 
Confesserò, cui tenne man Fabrizio. 
 
GIOCONDO  
(turbandosi) 
Come? il sonetto?... 
 
CLARICE  
Io l'ebbi, e il so a memoria. 
 
CONTE  
Dunque... 
 
CLARICE  
Sarà mia gloria 
Far cosa grata al Conte. 
 
GIOCONDO  
(a Clarice) 
Ah! no, vi prego... 
 
CONTE  
(a Giocondo) 
Anzi a vostro dispetto. 
 
PACUVIO  
(Quante caricature!) 
 
CLARICE 
Ecco il sonetto. 
Sognai di Cimarosa, ahi vista amara! 
La fredda salma sull'Adriaco suolo: 
I gran maestri, onde l'Ausonia è chiara, 
Cerchio a quella facean d'omaggio e duolo; 
Quando piombò sulla funerea bara 
Non so qual di pigmèi musico stuolo: 
Squarciarne i membri, e depredarli a gara 
Fu per essi un sol voto, un punto solo. 
Non rimanea che il capo: insidiosa 
Vidi una man, che d'affermarlo ardia; 
Ma il capo si levò, mirabil cosa! 
E l'aurea bocca, ove del canto in pria 
Sedean le grazie, mormorò sdegnosa: 
"Canaglia, indietro; che la testa è mia". 
 
CLARICE  
Che ne dite Pacuvio? 
 
PACUVIO  
(con aria d'importanza) 
Non c'è male. 
 
GIOCONDO 
(a Pacuvio con caricatura) 
Grazie alla sua bontà. 
 
CONTE  
(al medesimo) 
Questo sonetto 
Proprio di fronte attacca 
Quei vostri cento e più. 
 
PACUVIO  
(Non vale un'acca.) 
 
(Partono Clarice, il Conte e Giocondo 
per una banda; Pacuvio per un'altra, e 
s'incontra in Fulvia). 
 
Scena undicesima 
Donna Fulvia e Pacuvio. 
 
PACUVIO 
(retrocedendo con lei) 
Oh! Madama, a proposito: io credea, 
Che un segreto affidatovi non foste 
Mai di tradir capace: Ora con vostra pace 
Vi dirò che ho sospetto ben fondato 
Che l'abbia per gloria pubblicato. 
 
FULVIA 
Pubblicato? alla sola 
Baronessa io l'ho detto in confidenza 
E s'ella in confidenza 
Lo dicesse a Macrobio; e in confidenza... 
 
PACUVIO 
Macrobio lo stampasse sul giornale, 
Sarebbe confidenza generale. 
 
FULVIA  
Certo. 
 
PACUVIO  
(smaniandosi) 
Povero me! la mia parola... 
(Vale a dir la mia pelle.) 
L'amicizia, il decoro... 
 
FULVIA 
Eh, bagattelle. 
Pubblico fu l'oltraggio 
Sia pubblica la pena, 
Chi m'insultò, più saggio 
In avvenir sarà. 
Ch'io castigai l'altero, 
Sia noto al mondo intero: 
È la vendetta un sogno 
Quando nessun lo sa. 
(Parte). 
 
PACUVIO 
[Ti vanta pur: la tua vendetta è vera, 
Come il trionfo mio. Ma se Giocondo 
Saprà la cosa, ove mi salvo? eh, niente; 
Se vedrò che altro scampo non mi resta, 
Con un'altra bugia rimedio a questa.] 
(Parte). 
 
Scena dodicesima 
Macrobio, indi il Cavalier Giocondo, poi il 
Conte e due domestici, ciascuno de' quali 
porta una spada sopra un bacile. 
 
MACROBIO 
Io far duelli? io, che a' miei giorni mai 
Né pistola adoprai, né spada o stocco 
Per onor di nessuno? io, che una sola 
Volta, né mi sovvien se bene o male, 
Mi son battuto a pugni 
Per onor del giornale? 
Io?... 
 
GIOCONDO  
(in aria fiera)  
Macrobio. 
 
MACROBIO  
Signor. 
 
GIOCONDO  
(gli dà una pistola)  
Prendi. 
 
MACROBIO  
(incomincia a sgomentarsi) 
Obbligato. Che n'ho da far? 
 
GIOCONDO 
Sopra di me spararla. 
Quando ti toccherà, come io quest'altra 
(Mostrandogli un'altra pistola) 
Sopra te sparerò. 
 
MACROBIO 
(Lupus in fabula.) 
Ma non veggo il perché... 
 
GIOCONDO 
Perch'hai tu sparso 
Che a Pacuvio io cercai la vita in dono. 
 
MACROBIO  
L'ho detto senza crederlo. 
 

GIOCONDO  
Peggio! Su via... 
 
MACROBIO 
Se vi calmate, io sempre 
Dirò bene di voi sul mio giornale. 
 
GIOCONDO 
Potentissimi Dei! sarebbe questa 
Una ragion più forte 
Per ammazzarti subito. Alle corte. 
 
MACROBIO 
Vengo... aspettate... (Il Conte è fuor di casa... 
Altro scampo non v'è... tempo si prenda... 
 
(Macrobio va pensando, e frattanto 
Giocondo fa dei cenni a qualcuno che si 
suppone dentro la scena). 
 
GIOCONDO  
(a Macrobio) 
Terminiamo sì o no, questa faccenda? 
 
MACROBIO 
Lo volete saper?... da uom d'onore. 
Qual mi dichiaro e sono... 
 
GIOCONDO  
Salvo errore. 
 
MACROBIO 
Io non posso accettar, perché un impegno 
Egual mi sono assunto 
Col Conte, e l'ho sfidato. 
 
GIOCONDO  
(osservandolo) 
Eccolo appunto. 
 
MACROBIO  
Maledetta fortuna! 
 
CONTE 
Olà, Macrobio. 
Giacché tu di sfidarmi 
Non hai coraggio, io te disfido. 
 
GIOCONDO 
(a Macrobio fingendo meraviglia) 
Come? 
Dunque... 
 
MACROBIO  
(sommamente imbarazzato) 
Dirò... 
 
GIOCONDO  
Conte, scusate; il primo 
Son io. 
 
CONTE 
Non cedo: ad ogni costo ei deve 
Battersi meco. 
 
GIOCONDO 
A' miei diritti invano, 
Ch'io rinunzii, sperate. 
 
MACROBIO 
(Oh bella! a gara 
Fanno per ammazzarmi.) 
(Al Conte) 
Una parola... 
 
CONTE  
(voltandogli le spalle) 
Io non desisto. 
 
MACROBIO  
(a Giocondo) 
Udite... 
 
GIOCONDO  
(egualmente)  
Non serve. 
 
MACROBIO 
Io comporrò la vostra lite. 
Prima fra voi coll'armi 
Il punto sia deciso: 
(volendo mandare la cosa in celia) 
Con quel che resta ucciso, 
Io poi mi batterò. 
 
GIOCONDO 
(al Conte accennando Macrobio) 
Quando quel cor malnato 
Dal sen gli avrò diviso, 
 
CONTE 
(a Giocondo accennando Macrobio) 
Quando l'avrò mandato 
A passeggiar l'Eliso, 
 
CONTE e GIOCONDO 
Fra noi vedrem se ucciso 
A torto io l'abbia o no. 
 
CONTE  
(risoluto a Macrobio)  
Andiam. 
 
MACROBIO 
(a Giocondo per ischermirsi dell'altro) 
Voi che ne dite? 
 
GIOCONDO  
(risoluto a Macrobio)  
Su via. 
 
MACROBIO  
(al Conte come sopra) 
Voi lo soffrite? 
 
CONTE  
(prendendolo per un braccio)  
Orsù... 
 
MACROBIO  
(al Conte accennando Giocondo) 
Quest'altro freme. 
 
GIOCONDO 
(prendendolo egualmente per un braccio) 
Non più... 
 
MACROBIO 
(a Giocondo accennando il Conte) 
Quest’altro grida. 
 
CONTE e GIOCONDO 
(l'uno all'altro dopo avere alquanto pensato) 
Ebben; l’acciar decida 
Chi primo ha da pugnar. 
 
MACROBIO  
(tirandosi da parte) 
(Comincio a respirar.) 
 
(Ad un cenno del Conte si avanzano i due 
domestici, uno verso il Conte medesimo, 
l’altro verso Giocondo, presentando loro 
le rispettive spade). 
 
CONTE e GIOCONDO 
(con le spade medesime) 
Ecco i soliti saluti. 
(Facendosi dei segnali d'intelligenza fra loro) 
(Del duello inaspettato 
Si consola il maledetto; 
E non sa che per diletto 
Lo faremo ancor tremar.) 
 
MACROBIO 
(Son quei ferri molto acuti; 
Far potriano un bell'effetto: 
Sol due colpi in mezzo al petto, 
E finisco di tremar.) 
 
CONTE  
Con permesso... 
(dopo essersi messi in positura, ed 
incroci cchiate le spade il Conte 
volge la punta a terra). 
 
GIOCONDO  
(egualmente)  
Io fo lo stesso... 
 
MACROBIO  
(titubante) 
Che vuol dir? che nuova c'è? 
 
CONTE 
Il padrone della casa 
Ceder deve al forestiero: 
(a Giocondo accennando Macrobio) 
E con lui pugnar primiero 
Tocca a voi, non tocca a me. 
 
MACROBIO 
Non è vero, non è vero; 
Io protesto, per mia fé. 
 
GIOCONDO 
Quest'è vero, quest'è vero; 
Senza dubbio tocca me. 
 
MACROBIO 
(al Conte in aria supplichevole) 
Ma che un mezzo non vi sia 
D'aggiustar questa faccenda? 
 
CONTE  
(fingendo di pensare) 
Per esempio... si potria... 
 
GIOCONDO  
(invitando Macrobio) 
Presto, a noi; che più pensar? 
 
MACROBIO  
(a Giocondo) 
Via, lasciatelo pensar. 
 
CONTE  
(al medesimo) 
Quando il forte a noi si arrenda, 
Si potria capitolar. 
 
GIOCONDO  
(fingendo di rifletterci) 
Capitolar? 
 
MACROBIO 
(applaudendo al Conte con sommo trasporto) 
Bravissimo! 
 
GIOCONDO 
Per me son contentissimo! 
D'usar facilità. 
 
CONTE 
In termine brevissimo 
L'affar si aggiusterà. 
 
MACROBIO 
Ripiego arcibellissimo! 
Di meglio non si dà. 
 
CONTE 
(a Giocondo accennando Macrobio) 
Per prima condizione 
Fissiam ch'egli è un poltrone. 
 
MACROBIO  
Si accorda. 
 
GIOCONDO  
Un uom venale. 
 
MACROBIO  
Si accorda; non c'è male. 
 
CONTE  
Un cicisbèo ridicolo. 
 
MACROBIO  
Si accorda il terzo articolo. 
 
GIOCONDO  
Il fior degli ignoranti. 
 
MACROBIO  
Adagio. 
 
CONTE  
(con forza)  
Avanti. 
 
GIOCONDO  
Avanti. 
 
MACROBIO  
Distinguo: in versi, o in prosa? 
 

CONTE e GIOCONDO  
(come sopra) 
S'intende in ogni cosa. 
 
MACROBIO  
Eppur... 
 
CONTE e GIOCONDO  
(minacciando) 
Che dir vorresti? 
 
MACROBIO 
Che articoli sì onesti 
Non posso ricusar. 
 
CONTE e GIOCONDO 
Gli articoli son questi; 
Non v'è da replicar. 
 
(Il Conte e Giocondo rendono le spade ai 
rispettivi domestici). 
 
CONTE, GIOCONDO e MACROBIO 
Fra tante disfide 
La piazza è già resa. 
Giammai non si vide 
Più nobile impresa; 
D'accordo noi siamo; 
Cantiamo, balliamo: 
La gioia sul viso 
Ritorni a brillar. 
(Partono). 
 
Interno del villaggio; abitazioni diverse, e 
fra le altre quelle del Conte con porta 
praticabile. Veduta della campagna. Da un 
lato picciola eminenza. 
 
Scena tredicesima 
Pacuvio dalla casa del Conte; poi Donna 
Fulvia; indi la Baronessa e Macrobio. 
 
PACUVIO 
Chi non nega si annega: 
Eh, non v'era, per Bacco! altro riparo. 
" Piaga d'acuto acciaro 
Sana l'acciaro istesso". Metastasio 
Mi rubò quest'idea giusta, giustissima. 
Infatti una bugia. 
Che Donna Fulvia pubblicò, m'avea 
Ridotto a brutto stato: 
Con un'altra bugia mi son salvato. 
 
FULVIA 
Menzognero, impostor! darmi ad intendere? 
(Pacuvio intanto si va guardando intorno, 
come se cercasse qualcuno). 
Che cerchi? 
 
PACUVIO  
Con chi parla? 
 
FULVIA  
Con te. 
 
PACUVIO  
Con me? sa chi son io? 
 
FULVIA  
Pacuvio. 
 
PACUVIO 
Pacuvio menzogner? 
Giove mi scortichi 
Se una sola bugia 
Ho detto in vita mia. 
 

MACROBIO 
(aggirandosi perla scena, ed asciugandosi 
il sudore, come se ritornasse da una 
grand'impresa) 
No, Baronessa, 
Non son ferito. Oh se veduto aveste! 
 
BARONESSA  
Dite, su. 
 
MACROBIO  
(come sopra)  
Cose grosse! 
 
BARONESSA  
(con impazienza)  
Ebben? 
 
MACROBIO  
(sempre passeggiando) 
Siam vivi, Perché siam vivi. 
 
BARONESSA  
(come sopra)  
In somma... 
 
MACROBIO  
(avvedendosi di Pacuvio) 
Ecco il bugiardo, Cagion del mio periglio. 
 
FULVIA  
(a Pacuvio)  
Prendi, che ben ti sta. 
 
PACUVIO  
(a Macrobio)  
Mi meraviglio! 
 
MACROBIO 
(come sopra senza badare a Pacuvio) 
Qual cimento ineffabile! 
 
BARONESSA 
(con estrema impazienza) 
Ma come 
Lo terminaste? 
 
MACROBIO  
Come? da par mio. 
 

BARONESSA  
Cioè? 
 
MACROBIO 
Cioè... che interrogar molesto! 
Dicendo da par mio, s'intende il resto. 
 
Scena quattordicesima 
Fabrizio, che discende da un'eminenza, 
e detti. Diversi abitanti del villaggio 
s'incamminano verso la campagna in 
aria di curiosità. 
 
FABRIZIO  
Eccolo. 
(Macrobio continua a passeggiare in 
grande, come sopra). 
 
FULVIA  
Chi? 
 
FABRIZIO  
Lucindo. 
 
BARONESSA  
Il Capitano? 
 
PACUVIO  
Il gemello germano?... 
 
FABRIZIO  
Sì, della Marchesina. 
 
MACROBIO  
Io volentieri, 
Qualunque militar, l'avrei veduto 
Nel caso mio. 
 
(Intanto Pacuvio con un foglio spiegato va 
facendo dei gesti). 
 
FULVIA 
Le somiglianze rare 
Fra la sorella e lui 
Di veder son curiosa. 
 
(Macrobio continua la sua pantomima). 
 
BARONESSA 
Se a lei somiglia non avrà gran cosa. 
 
FABRIZIO 
(Che pettegole!) Io vado 
Per ordine del Conte ad incontrarlo. 
(Fabrizio parte). 
 
FULVIA  
Che fai, Pacuvio? 
 
PACUVIO  
Io parlo 
Con Demetrio Evergete. 
 
BARONESSA  
(a Pacuvio) 
Zitto: s'avanza il Capitan. 
 
FULVIA  
(al medesimo)  
Tacete 
 
BARONESSA  
Tiriamoci in disparte. 
 
MACROBIO 
Oggi d'esser mi sembra un altro Marte 
 
(Si ritirano senza partir dalla scena). 
 
Scena quindicesima 
Detti in disparte; la Marchesa Clarice in 
abito militare, un tenente, un sergente, due 
caporali e soldati; Fabrizio di ritorno, 
abitanti del villaggio e servi del Conte, che 
restano indietro. Marcia militare. 
 
CLARICE 
(dopo che la truppa si sarà posta in ordine) 
Se l’itale contrade, 
Che in fanciullesca etade 
Abbandonai, preme il mio piè; se vidi 
Il ciel natio; se dell'amata suora 
Sulle stanche pupille io tersi il pianto, 
Valorosi compagni, è vostro il vanto. 
(Ai soldati) 
Se per voi le care io torno 
Patrie sponde a vagheggiar, 
Grato a voi di sì bel giorno 
Il mio cor saprò serbar. 
 
CORO DI SOLDATI 
L'esempio, il tuo periglio 
A noi servi di sprone; 
Né bomba, né cannone 
Potevaci arrestar. 
 
CLARICE 
Viva il desio di gloria, 
Che all'alme amar non vieta: 
Ciascuno con me ripeta: 
"Marte trionfi, e Amor". 
(Sotto l'intrepida 
Viril sembianza 
Sento a risorgere 
La mia speranza: 
Fra i dolci palpiti 
S'infiamma il cor.) 
 
CORO 
Qual volto amabile! 
Vivace e nobile! 
Che ardir magnanimo 
Gl'infiamma il cor! 
 
(Clarice entra col seguito in casa del Conte, 
accompagnata da Fabrizio e dai domestici 
del Conte medesimo; gli abitanti del 
villaggio si disperdono). 
 
Scena sedicesima

La Baronessa e Macrobio, Pacuvio e 
Donna Fulvia, che si avanzano. 
 
BARONESSA 
Che ne dite, Macrobio? io non ci trovo 
Questa gran somiglianza. 
 
MACROBIO 
Io son d'avviso, 
Che non v'è differenza in quanto al viso. 
 
BARONESSA 
Diamine! siete cieco? il Capitano 
È assai di lei più bello. 
 
FULVIA  
(a Pacuvio) 
Sembra che non le sia neppur fratello. 
 
PACUVIO  
Eppur... 
 

FULVIA 
Non v'è confronto. Baronessa, 
È ver, che non somigliano? 
 
BARONESSA 
Lo stesso 
Dico anch'io. 
 
FULVIA  
(a Pacuvio)  
Lo sentite? 
 
BARONESSA  
(a Macrobio) 
Vedete, se ho ragion? 
 
MACROBIO  
Signora, sì. 
 
FULVIA  
(a Pacuvio) 
Siete convinto ancor? 
 
PACUVIO  
Sarà così. 
 
BARONESSA 
(Voglio a lui presentarmi 
Prima che torni il Conte.) 
(A Macrobio) 
Con permesso. 
 
MACROBIO  
Si accomodi. 
 
(La Baronessa entra in casa del Conte). 
 
FULVIA  
(osservando la Baronessa) 
(Ho capito.) Addio, Pacuvio. 
 
PACUVIO  
Si serva. 
 
FULVIA 
(Anche a me piace il militare; 
Né mi lascio da un'altra soverchiare.) 
(Entra anch'essa in casa del Conte). 
 
Scena diciassettesima
 
Macrobio e Pacuvio. 
 
PACUVIO 
Le nostre dame, amico, 
Ci hanno qui piantato. 
 
MACROBIO 
Il marziale aspetto 
Val più assai che un articolo e un sonetto. 
 
PACUVIO  
Basta... non crederei... 
 
MACROBIO 
Se il Capitano 
Sapesse il fatto d'armi... 
 
PACUVIO 
Oh! appunto, dimmi, 
Or che siam soli, come andò? 
 
MACROBIO 
Son cose 
Da non parlarne più. Ti dico solo, 
Che il Conte e il Cavaliere in quell'incontro 
Ebber del mio carattere 
Un saggio tal da non tornarsi a battere. 
(Entra in casa del Conte). 
 
PACUVIO 
Se a tal fandonia io credo, il dir bugie 
Senza rossor divenga 
Per me fatica; e mi sia tolto insieme 
Il privilegio antico 
Di prestar fede io stesso a quel che dico. 
(Entra anch esso in casa del Conte). 
 
Galleria. 
 
Scena diciottesima 
Clarice in abito militare, il Conte Asdrubale 
e il Cavalier Giocondo. 
 
CONTE  
(in atto di pregare)  
Scusate, Capitan... 
 
CLARICE  
(in aspetto fiero)  
Tutto m'è noto. 
 

CONTE  
Ch'io sappia almen da lei... 
 
CLARICE 
No, mia sorella 
Più non vedrete. 
(A Giocondo) 
Cavaliere, a voi 
La destra io n'offro. 
 
GIOCONDO 
Io la ricuso: amico 
Prima che amante, io fui. 
 
CLARICE 
La vostra ammiro 
Non volgare amistà. Lungi da questi 
Lidi per lei funesti 
Clarice io condurrò. 
 
CONTE  
(con sorpresa ed affanno)  
Voi? 
 
CLARICE  
(con forza)  
Sì. 
 
CONTE  
(smanioso a Giocondo) 
(Me stesso 
In me non trovo.) 
 
CLARICE 
(In quelle smanie io veggo il mio trionfo.) 
 
CONTE  
(a Clarice quasi piangendo) 
E partirà Clarice 
Per non tornar mai più? 
 
CLARICE  
D'avervi amato 
Arrossirà, quando ragione e tempo 
Resa le avran la sospirata calma. 
 
CONTE  
(appoggiandosi a Giocondo) 
Oh Dio!... qual su quest'alma 
Piomba improvviso gel!... d'amarla tanto 
Io non credea. 
 
CLARICE  
Né pianto 
A lei giovò, né tolleranza e fede 
Anche in mezzo ai disastri. 
 
CONTE  
Ah! sì, conosco 
Per mia pena maggior tutte in un punto 
Le sue virtù. 
(A Clarice in aria supplichevole) 
Deh... 
 
CLARICE  
(con enfasi)No. 
 
CONTE 
Crudel!.. se fosse 
Clarice qui... se me vedesse... Oh quanto!.. 
 
CLARICE  
(Resisto appena.) 
 
CONTE 
Oh quanto mai Natura 
Sotto eguali sembianze 
Vi distinse nel cor! 
 
GIOCONDO 
Deh! alfin vi basti 
Il pentimento, il suo rossor... 
 
CLARICE  
(con enfasi, come sopra) No. 
 
CONTE 
(a Giocondo) 
Cessa... 
Lasciami, amico, a quel destino in preda, 
Che a me stesso io formai. Da te Clarice 
Sappia almen ch'io l'adoro, 
Che le follie, che il mio rigor condanno, 
E che forse per lei morrò d'affanno. 
(a Clarice) 
Ah! se destarti in seno 
Per me pietà non senti, 
Lascia ch'io speri almeno 
Dall'idol mio pietà. 
(a Giocondo) 
Caro amico, ah! tu lo vedi... 
Ah! di me che mai sarà? 
(a Clarice) 
Al mio duol se tu non cedi, 
Mostro sei di crudeltà. 
(all'uno e all'altra) 
Non vedrò mai più Clarice: 
E fia vero?... oh me infelice! 
(a Clarice fissando in lei lo sguardo) 
Le sembianze in te ravviso: 
Il tuo volto in due diviso 
M'innamora, e orror mi fa. 
Più bramar non so che morte; 
Altra spema a me non resta: 
L'ora estrema, oh Dio! fu questa 
Della mia felicità. 
(Parte furiosamente e Giocondo lo segue). 
 
CLARICE 
Quanto costa una colpa! 
Quanto soffersi a simular non usa, 
Né ad infierir! povero Conte! amarlo, 
Saper che m'ama e maltrattarlo! è vero: 
Ma de' comuni affetti 
Stato ei sarebbe ad onda sua tiranno, 
S'io non compìa questo felice inganno. 
 
Scena ultima 
La Baronessa, poi Donna Fulvia e detta; 
finalmente tutti, ciascuno a suo tempo. 
 
BARONESSA 
Siete alfin solo: impaziente io stava 
Aspettando il momento... 
 
FULVIA 
(correndo spaventata) 
Se non era 
Il Cavalier Giocondo, 
Il Conte si uccidea. 
 
CLARICE  
(con somma agitazione) 
(Che sento!) Ed ora? 
 
FULVIA  
Scrive. 
 
CLARICE  
(Respiro.) 
 

BARONESSA  
(a Donna Fulvia) 
E perché mai? 
 
FULVIA  
Si crede, 
Che il signor Capitan gli abbia intimato... 
 
FABRIZIO  
(correndo)  
Ah! signor Capitan... 
 
CLARICE  
Che cosa è stato? 
 
FABRIZIO 
Leggete, e poi firmatevi: 
"Lucindo per Clarice sua sorella", 
O il padron si dà fuoco alle cervella. 
 
BARONESSA  
Caspita! il caso è serio. 
 
CLARICE 
(Oh me felice! 
Scrivo il mio nome: ei stupirà. "Clarice".) 
 
FABRIZIO  
Grazie. 
 
BARONESSA  
(a Fulvia)  
(Che nuova c'è?) 
 
FULVIA  
(alla Baronessa)  
(Credo che sia 
Carta di matrimonio.) 
 
CLARICE  
A queste dame 
Domando mille scuse. 
 
BARONESSA  
(in aria di galanteria) 
Io più di mille 
Ne domando anzi a voi, se forse troppo 
Importuna vi son. 
 
FULVIA  
(egualmente) Volano l'ore 
In vostra compagnia. 
 
BARONESSA  
(come sopra) Sembrano istanti. 
 
CLARICE Siete troppo gentili. 
(Anzi sguaiate.) 
 
FULVIA  
(come sopra) Oh grazie. 
 
BARONESSA  
(come sopra) È sua bontà. 
 
CLARICE  
(Quando sapranno 
Quel che so io.) 
 
FABRIZIO  
(al Conte nell'escire) 
La Marchesina? Oh bella! 
Non l'ho neppur veduta. 
 
CONTE 
(mostrando il foglio che ha in mano) 
Ed io ti dico 
Che questo è suo carattere. 
 
PACUVIO  
(osservando il foglio) 
Senz'altro. 
 
CONTE  
Io lo conosco. 
 
GIOCONDO  
(facendo lo stesso) 
Non v'è dubbio. 
 
MACROBIO 
(a Fabrizio osservando anch'esso) 
Hai torto. 
 
FABRIZIO 
Or lo vedremo. Il Capitan Lucindo 
Per me risponda. 
 
CLARICE 
Io parlerò. Fabrizio 
Non neha né torto, né ragion; mi spiego: 
Conte, io spero ché siate 
Disposto a perdonarmi. 
 
CONTE  
Io si. 
 
CLARICE  
Ne chieggo 
La destra in pegno. 
 
CONTE 
Eccola, o caro; io tutto, 
Or che ottenni Clarice, a voi perdono. 
 
CLARICE 
Lucindo non tornò: Clarice io sono. 
 
(Stupore universale). 
 
CONTE e GIOCONDO  
Voi Clarice? 
 
BARONESSA e FULVIA  
Qual inganno! 
 
MACROBIO e PACUVIO  
Qual sorpresa! 
 
FABRIZIO e CORO  
Qual portento! 
 
TUTTI 
Questo nobile ardimento 
Chi poteva immaginar? 
 
CLARICE 
Trasformando al fin me stessa 
Aguzzai d'amor lo strale: 
La sorpresa universale 
Mi fa l'alma in sen brillar. 
 
BARONESSA e FULVIA 
Che improvviso temporale! 
Ci avrei fatta una scommessa: 
Ah! purtroppo è dessa, è dessa, 
E ci seppe corbellar. 
 
PACUVIO  
Donna Fulvia... 
 
MACROBIO  
Baronessa... 
 
MACROBIO e PACUVIO 
È venuto il temporale, 
Si è smorzato il mio fanale, 
Cesso alfin di smoccolar. 
 
CONTE e GIOCONDO 
Da stupor, da gioia eguale 
Non fu mai quest'alma oppressa: 
Mala gioia omai prevale; 
Già non so che giubilar. 
 
FABRIZIO e CORO  
(verso il Conte) 
Da stupor, da gioia eguale 
Non fu mai quell'alma oppressa: 
Mala gioia omai prevale, 
E non sa che giubilar. 
 
CONTE  
(a Clarice)  
Cara, perdon ti chiedo. 
 
CLARICE  
(al Conte)  
Perdon ti chiedo anch'io. 
 
GIOCONDO  
(con brio a Clarice e al Conte) 
Ragion per me non vedo 
Di starsi a supplicar. 
 
CONTE  
(a Giocondo)  
Quanto vi deggio, amico! 
 
GIOCONDO  
(come sopra) 
Lo stesso ancor vi dico: 
Lasciamo i complimenti. 
 
MACROBIO e PACUVIO 
Piuttosto andiamo a pranzo: 
Pria che la lingua, i denti 
Bisogna esercitar. 
 
MACROBIO, PACUVIO e GIOCONDO 
E sopra l'altre cose 
Con pompa ed allegria 
Le nozze portentose 
Si pensi a festeggiar. 
 
BARONESSA e FULVIA 
(la Baronessa a Macrobio, 
Donna Fulvia a Pacuvio) 
Veder chi si marita, 
E starli a contemplar... 
 
MACROBIO e PACUVIO  
(interrompendole) 
Madama, l'ho capita: 
Son grato al vostro affetto; 
Ma per parlarvi schietto, 
Ci voglio un po' pensar. 
 
MACROBIO 
(veggendo che la Baronessa se ne rammarica, 
le porge la destra) 
Via su, sia per non detto, 
Vi voglio contentar. 
 
CONTE 
Finor di stima io fui 
Verso le donne avaro: 
Da questo giorno imparo 
Le donne a rispettar. 
 
CLARICE, MACROBIO, GIOCONDO 
e CONTE, indi TUTTI 
Il cor di giubilo 
Brillar mi sento: 
Non so reprimere 
Quel sentimento, 
Che in petto l'anima 
Mi fa balzar. 
 
[Del paragon la pietra 
A tempo usar conviene: 
Chi prova e non risolve, 
Un seccator diviene; 
Si rende altrui ridicolo 
Per farsi singolar.]