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Aureliano in Palmira

 
Dramma serio per musica in due atti 
di Felice Romani  

 
ATTO PRIMO 
 
Gran tempio d'Iside con simulacro a 
destra. 
 
Scena prima 
Sacerdoti che fanno i sacrifici, donzelle, 
guerrieri e popolo prostrati alla statua del 
nume. Gran Sacerdote. 
 
TUTTI 
Sposa del grande Osiride, 
Madre d'Egitto e Diva, 
O che ti piaccia scendere 
Sovra l'Inachia riva, 
O in mezzo al Nil settemplice 
Ti giovi il crin lavar, 
Mira pietosa il popolo 
Steso al tuo santo altar. 
 
SACERDOTI 
A te devoti svenano 
Vittime i sacerdoti. 
 
LE VERGINI 
Le palpitanti vergini 
T'appendon fiori e voti. 
 
I GUERRIERI 
Invoca te la supplice 
Guerriera gioventù. 
 
TUTTI 
Salvi il tremante popolo 
L'eterna tua virtù. 
 
Madre di questo regno, 
Accorda a noi sostegno. 
Il tuo tremante popolo 
Salva da tanto orror. 
 
IL GRAN SACERDOTE 
(spaventato) 
Ahi! L'ara si scuote, 
Il tempio s'oscura; 
La dea ci percuote 
Con nuova sciagura; 
 
Non miro, non sento, 
Che pianto e lamento, 
Che stragi e ritorte, 
Che morte, che orror. 
 
TUTTI 
Oh Diva tremenda! 
Pietate ti prenda 
Del nostro dolor. 
 
Scena seconda 
Zenobia con seguito da una parte, ed 
Arsace dall'altra. Appena escono, tutti li 
circondano spaventati; Arsace e Zenobia li 
rassicurano.
 
 
ZENOBIA e ARSACE 
Coraggio o figli... ahi quale, 
Qual debolezza è questa! 
 
ARSACE  
Zenobia ancor vi resta. 
 
ZENOBIA  
Vi resta Arsace ancor. 
 
TUTTI 
Ah! Se per noi pugnate 
Vinti non siamo ancor. 
 
ARSACE 
Se tu m'ami, o mia regina, 
Tornerò da te più degno: 
Sola in Asia avrai tu regno, 
Come regni sul mio cor. 
 
ZENOBIA 
Ah! soltanto il ciel, che invoco, 
Te conservi, o mio guerriero, 
Perderò corona e impero, 
Purché a me tu resti ognor. 
 
ZENOBIA e ARSACE 
Deh! pietosa, o dea, rimira 
Così pura e bella face: 
Placa il fato di Palmira, 
Rendi a noi la prima pace, 
E sorridi al nostro amor. 
(Musica guerriera). 
 
ZENOBIA  
Senti... ahimè! 
 
DONZELLE  
Qual suon lontano! 
 
ARSACE  
Suon di guerra... 
 
GUERRIERI  
Oraspe arriva. 
 
ZENOBIA  
Che fia mai? 
 
SACERDOTI  
Ci assisti, oh Diva! 
 
Scena terza 
Oraspe frettoloso con soldati e detti. 
 
ARSACE  
Ah! favella 
 
CORO  
(Che dirà?) 
 
ORASPE 
Già l'insegne d'Aureliano 
Dell'Eufrate sono in riva, 
E l'esercito romano 
Già minaccia la città. 
 
ARSACE  
Voliamo al campo. Addio. 
 
ZENOBIA  
Ti seguo, o caro, anch'io. 
 
DONZELLE  
Chi salverà Palmira? 
 
GRAN SACERDOTE 
Resta: la dea m'inspira. 
(Prostrandosi tutti a Zenobia). 
 
TUTTI I CORI  
Difendi la città. 
 
ARSACE 
Resta, e mi sia partendo 
Stringerti al sen concesso; 
Maggiore a questo amplesso 
Il mio valor si fa. 
 
ZENOBIA 
Resto. Ah! mi sia restando 
Stringerti al sen concesso; 
Maggiore a questo amplesso 
Il mio timor si fa. 
 
GUERRIERI PALMIRENI e PERSIANI 
Compagni, all'armi, all'armi; 
Guerrieri, al campo, al campo; 
De' nostri acciari al lampo 
Roma tremar dovrà. 
(Partono Zenobia da un lato ed 
Arsace dall'altro, col loro seguito).
 
 
Scena quarta 
Gran sacerdote
 
GRAN SACERDOTE 
Secondino gli Dei, 
Principe generoso, il tuo valore! 
E se scritto è nel cielo, 
Che alla sorte di Roma 
Debba Palmira soggiacer, tua fama 
Sarà eterna fra noi; dolce pensiero 
Sempre sarai dell'Oriente intero. 
Stava, dirà la terra, 
Contro Palmira il fato: 
In sua difesa armato 
Arsace sol pugnò. 
Se nella sua rovina 
Restò l'eroe sommerso, 
Fu, che col fato avverso 
Pugnar l'eroe non può. 
(Parte con tutti i sacerdoti). 
 
Vasto campo, tutto in disordine, dopo 
sanguinosa battaglia, nella quale i Persiani 
sono rimasti sconfitti. Al fondo della scena 
si scorge l'Eufrate, e di là dal fiume la città 
di Palmira. 
 
Scena quinta 
Aureliano sopra una biga trionfale. Guerrieri 
vinti e prostrati. Licinio e soldati romani. 
 
CORO DE' ROMANI 
Vivi eterno, o grande Augusto, 
All'Impero, al mondo, a noi; 
E rispetti i lauri tuoi 
Ogni gente ed ogni età. 
Al tuo crine il vinto Eufrate 
Nuove palme aggiungerà. 
(Aureliano sostenuto dai suoi scende dal 
carro). 
 
AURELIANO 
Romani, a voi soltanto 
Debbo i trionfi miei, spetta a voi tutto 
Di cotanta vittoria il pregio e il frutto. 
Come in battaglia prodi, 
Pronti l'ire a depor, se cessan l'armi, 
Il vinto si risparmi, 
(fa alzare i prigionieri) 
E si faccia per voi noto alla terra, 
Che Roma è grande in pace e grande in guerra. 
Cara patria! il mondo trema, 
Se coll'armi abbatti i troni, 
Ma t'adora allor che doni 
Pace ai vinti e libertà. 
 
CORO 
Sì, la terra, in pace e in guerra, 
Sempre Roma vincerà. 
 
AURELIANO 
A pugnar m'accinsi, o Roma, 
Col tuo nome impresso in cor. 
Porgi i lauri alla mia chioma, 
Io ritorno vincitor. 
 
CORO 
Porgi i lauri alla sua chioma, 
Ei ritorna vincitor. 
 
AURELIANO 
Olà: venga e si ascolti 
Il prence prigionier. 
 
Scena sesta 
Arsace ed Aureliano. 
Esce Arsace, Aureliano gli va incontro. 
 
AURELIANO 
Stretto ,in catene, 
Eccoti, Arsace: invan la Persia intera 
Armasti contro me: fur le tue schiere 
Dal romano valor vinte e fugate, 
In riva dell'Oronte e dell'Eufrate. 
 
ARSACE 
Della fortuna avversa 
Non rammentarmi in van lo sdegno estremo; 
Io son tuo prigionier; lo veggo e fremo. 
Che se giustizia sola 
Assistesse al pugnar, in lacci avvinto 
Oggi Aurelian vedrei 
Al piede di Zenobia e ai piedi miei. 
 
AURELIANO 
Principe, un folle amore 
Oh come ti cambiò! nemico a Roma 
Per Zenobia ti festi... 
Dovrei punirti; ma pietà mi desti. 
 
ARSACE 
La tua pietà? conosce il mondo appieno 
Il Tebro ed Aureliano. 
Non alberga pietade in cor romano. 
 
AURELIANO 
Fiero sei tanto! e che saria se vinto 
Da te foss'io? 
 
ARSACE 
L'Asia dolente ascolta, 
L'Asia il dirà. 
 
AURELIANO 
Custodi, al mio cospetto 
Si tolga: io t'abbandono alla tua sorte. 
 
ARSACE 
Da forte io vissi e morirò da forte. 
 
(Partono. Aureliano entra nelle tende. 
Arsace è condotto via tra le guardie). 
 
Scena settima 
Licinio. 
Intanto le truppe si vanno ritirando; quando 
parte Licinio, la scena resta vuota. 

 
LICINIO 
Giorno di gloria è questo, 
Roma, per te. Fu vendicato assai 
Tanto sangue latino 
Onde l'Asia rubella ancor rosseggia. 
Nell'infedele reggia 
Tremi Zenobia, e nel destin d'Arsace 
Miri qual sorte acerba 
Fra poco il Tebro punitor le serba. 
(Parte). 
 
Interno d'un magnifico padiglione, che 
s'apre a destra e a sinistra. 
 
Scena ottava 
Aureliano e Publia, indi Licinio, in ultimo 
Oraspe. 
 
AURELIANO 
Vincemmo, o Publia; ma ci resta ancora 
Palmira a soggiogar. Finché Zenobia 
Nella forte città chiusa rimane 
Sfida impunita l'aquile romane. 
 
PUBLIA 
(con premura) 
E il prence prigionier!... 
 
AURELIANO 
Purché nemico 
Di Zenobia ritorni, io gli perdono, 
Sciolgo i suoi lacci e lo ripongo in trono. 
(Esce Licinio). 
 
LICINIO 
De' Palmireni il duce, Augusto, chiede 
Di presentarsi a te. 
 
AURELIANO  
Venga. 
 
PUBLIA 
(Che fia?) 
(Licinio fa avanzare Oraspe). 
 
ORASPE 
Zenobia ad Aurelian salute invia. 
Di favellarti brama, ove ti piaccia 
Che venir possa illesa 
Dalle guardate mura 
Al tuo campo, e partir. 
 
AURELIANO 
Venga: è sicura. 
(Oraspe parte). 
De' Persi prigionieri, al manco lato 
Della tenda, si tragga 
Il numeroso stuolo, e qui si schieri 
Il drappel de' tribuni e de' guerrieri. 
 
PUBLIA 
Sul proprio fato incerta 
Forse pace sospira. 
 
AURELIANO 
È troppo altera, 
Onde s'esponga all'onta 
Della ripulsa mia. Pensar conviene 
Che alta cagion la mova. 
 
PUBLIA  
Ella già viene. 
 
Scena nona 
S'apre il padiglione a sinistra, ove si scorge 
Zenobia sopra un magnifico carro con tutto 
il suo seguito, parte del quale porta ricchi 
doni. Aureliano si pone sopra una sedia 
elevata. Coro di guerrieri romani e di 
donzelle palmirene. Oraspe, Licinio e Publia. 
 
CORO DE' ROMANI 
Venga Zenobia, o Cesare, 
E da te pace implori. 
Venga, e in Augusto onori 
Dell'Asia il domator. 
 
CORO DI DONZELLE 
Possan Zenobia e Cesare 
Depor lo sdegno antico; 
Si stringa in nodo amico 
Bellezza col valor. 
 
(Durante il canto del coro, Zenobia scende 
dal carro ed entra nel padiglione con 
Oraspe). 
 
ZENOBIA 
Augusto, non pensar che pace io venga 
Ad implorar da te: se pace io brami, 
Lo sanno i miei vassalli, il sanno i numi; 
Ma pace non vogl'io 
Che oscuri la mia gloria e l'onor mio. 
 
AURELIANO 
Né pace accorda Roma, 
Che la gloria del vinto intatta serbi. 
Qualunque sia, Regina, 
La cagion perché vieni, udir promisi. 
Siedi e favella. (Che gentil sembianza!) 
(Zenobia siede). 
 
PUBLIA  
(Ascoltiam.) 
 
LICINIO  
(Che dirà?) 
 
ZENOBIA 
(Mio cor, costanza.) 
Cesare, a te mi guida 
Gratitudine e amor. 
De' Persi il prence 
Per me pugnò: vinto rimase, e dura 
Nel roman campo servitù sostiene; 
Vengo a scioglier, signor, le sue catene. 
 
PUBLIA  
(Ah! lo previdi.) 
 
AURELIANO 
Invan chiedi, Regina, 
La libertà d'Arsace: egli di Roma 
Si è fatto traditor; né invendicato 
Roma lasciar può mai cotanto oltraggio. 
(Che sembianza gentil!) 
 
ZENOBIA 
(Alma, coraggio!) 
(mostra i doni che ha recato) 
Prezzo d'Arsace io t'offro 
Quanto l'Asia produce 
Di più raro per noi; se quel tesoro 
Che in dono a te recai 
Poco ti sembra, altro maggior n'avrai. 
 
ORASPE  
(Che risponder potrà?) 
 
AURELIANO 
Poco, o Regina, 
Roma conosci e me: dove accordassi 
La libertà d'Arsace, 
Mi recheresti invano i doni tuoi... 
Dona Aurelian, non vende, i servi suoi. 
Perch'io ti renda il prence, 
Forza è ceder Palmira, 
A Roma, ad Aurelian porgere omaggio. 
 
PUBLIA  
(Respiro.) 
 
ORASPE  
(Ah! lo previdi.) 
 
ZENOBIA 
(Alma, coraggio!) 
Male tu pur conosci 
Arsace e me: la libertà di lui 
Io non compro a tal prezzo; ei non l'accetta. 
Forse avverrà che il ferro, 
Più che i tesori miei, porga a lui scampo. 
 
AURELIANO  
Dunque guerra tu vuoi? 
 
ZENOBIA 
T'invito in campo. 
(S'apre la tenda dalla parte destra, e si 
vedono prostrati tutti i prigionieri). 
 
AURELIANO 
Pria di partir, mira e contempla in loro 
Il tuo destin: cedi, Zenobia, e tutti 
A te li dono, ed a te rendo Arsace. 
 
ZENOBIA 
No: di viltà non è il mio cor capace. 
 
PRIGIONIERI 
(stendendo le braccia a Zenobia) 
Cedi, cedi: a lui t'arrendi... 
Senti, o Dio, di noi pietà! 
Ah! Regina, a noi tu rendi 
Pace, patria e libertà. 
 
DONZELLE  
Deh cedi... 
 
ZENOBIA 
(interrompe con sdegno) 
Ah! no: voi lo sperate invano. 
Giacché tanto Aureliano 
Seppe negar, che il prigioniero io veda 
Permetta almen; per pochi istanti il chiedo. 
 
PUBLIA  
(Che pretende?) 
 
LICINIO  
(Che vuole?) 
 
AURELIANO 
Io lo concedo. 
Ti fia scorta Licinio. - Ah pensa in pria, 
Che ti prepari la rovina estrema. 
Mira il periglio a cui sei presso, e trema. 
 
ZENOBIA 
Tremar Zenobia? ah! finché resta un brando, 
Tremar degg'io? non è, non è fecondo 
Il Tebro sol d'eroi: 
Si sa morir da forti anche fra noi. 
E son mortali anche i Romani, e sanno 
Quai piaghe e stragi fanno 
Le palmirene spade; e, se noi pure 
Vincer sapemmo in prima, 
Ne sia fede il fatal campo di Tima. 
Là pugnai; la sorte arrise 
Palmira e al braccio mio: 
gran giorno non oblio, 
gran giorno ancor verrà. 
 
CORO DE' ROMANI 
Se non vuoi da Roma pace, 
Ceppi e morte a te darà. 
 
DONZELLE e CORI DI PRIGIONIERI 
Senti oh Dio! pietà d'Arsace, 
Senti oh Dio! di noi pietà. 
 
ZENOBIA 
Non piangete, o sventurati, 
In catene, è ver, gemete; 
Ma fratelli e figli avrete 
Per donarvi libertà. 
 
ROMANI, PRIGIONIERI e DONZELLE 
Cedi, cedi; il fato istesso 
Tutti, tutti opprimerà. 
 
ZENOBIA 
Palpito insieme, oh Dio! 
E di furore avvampo. 
(Ai prigionieri) 
Voi rimanete: addio; 
(ai Romani) 
Voim'attendete in campo; 
Un Dio mi sprona all'armi, 
Un Dio mi reggerà. 
 
PRIGIONIERI 
Vanne: fra il sangue e l'armi 
Il cor ti seguirà. 
 
ROMANI 
Vanne: fra il sangue e l'armi 
L'orgoglio tuo cadrà. 
(Zenobia parte scortata da Licinio, indi 
Oraspe e seguaci). 
 
Scena decima 
Aureliano e Publia. 
 
AURELIANO 
Chi mai creduto avria 
Tanta costanza in lei 
E sì rara beltà? Quasi io cedea; 
E s'ella in atto umile 
Chiesto pietà m'avesse, in quell'istante. 
Forse io poteva... 
 
PUBLIA 
(Ah! fosse Augusto amante!) 
Troppo Zenobia è altera, 
Onde possa al tuo piè giammai prostrata 
Chieder pietade e pace. 
 
AURELIANO 
La sventura d'Arsace 
E il suo stesso periglio a questo passo 
Forse la ridurrà: potrebbe il prence 
In lei temprare quell'orgoglio insano. 
 
PUBLIA 
Voglian gli Dei che tu non speri invano! 
 
AURELIANO 
Ma se non cede e sfida 
Il mio rigor, per sé, per lui paventi; 
Non tradirò di Roma 
La gloria mai, né tradirò la mia: 
M'avrà qual più desìa, 
Generoso o crudele; o in questo giorno 
Chiede la mia pietade, 
O coll'amante suo Zenobia cade. 
(Parte). 
 
Scena undicesima 
Publia sola. 
 
PUBLIA 
Se Zenobia s'arrende, amante Augusto 
Potrebbe divenir: potrebbe Arsace 
Amarmi forse un dì. Da voi mi viene 
Così dolce conforto, 
Numi, da voi; ma per pietà non sia 
Poscia tradita la speranza mia. 
(Parte). 
 
Interno d'un antico castello che serve di 
prigione ad Arsace. 
 
Scena dodicesima 
Arsace mestamente seduto sopra un sasso, e Zenobia di dentro. 
 
ARSACE 
Eccomi, ingiusti Numi, 
Oppresso e prigionier! come un sol giorno 
La sorte mia cangiò! soffrir costante 
Potrei tutto l'Orror de' mali miei... 
Ma Zenobia... ah! Zenobia! io ti perdei. 
Chi sa dirmi, o mia speranza, 
Se mai più ti rivedrò? 
Ah! la vita che m'avanza 
Te chiamando io perderò. 
 
ZENOBIA 
(di dentro) 
Arsace... Arsace mio... 
 
ARSACE  
Qual voce! 
 
Scena tredicesima 
Zenobia scortata da Licinio che parte. 
 
ZENOBIA 
Arsace!... 
Vieni, caro, al mio sen. 
 
ARSACE 
Zenobia! oh Dio! 
Sei pur tu? ti riveggo? ah! qual mi trovi? 
Qual m'è forza lasciarti! 
 
ZENOBIA 
Ah! tutto io sento 
In sì fiero momento 
L’orror del mio destin... 
 
ARSACE 
Cara! io formai 
Quest'unico desire... 
Rivederti una volta e poi morire. 
 
ZENOBIA 
No, non morrai: tutto a versar son pronta 
Il sangue mio pur che tu viva... ah! spera: 
Per te combatto, avrò vittoria intera. 
 
ARSACE 
Ah! non voler, mia speme, 
Avventurar tuoi giorni: io ti scongiuro... 
Salvati per pietà: l'empio nemico 
Di tua sconfitta aver non possa il vanto. 
 
ZENOBIA 
Deh! taci... ahimè... parlar mi vieta il pianto. 
 
ARSACE 
Va': m'abbandona, e serba 
I tuoi bei giorni, o cara: 
Deh! vivi, e meno amara 
Sarà la morte a me. 
 
ZENOBIA 
No: non ti lascio: io moro 
Se a te non vivo unita. 
Dipende la mia vita 
Idolo mio da te. 
 
ARSACE 
Solo rammenta almeno 
Dell'amor nostro i dì. 
 
ZENOBIA 
Mi strappi il cor dal seno 
Nel favellar così. 
 
ZENOBIA e ARSACE 
Che barbara stella 
Mirò la mia cuna! 
Se coppia sì bella 
Divide fortuna! 
Ah! solo al dolore 
Amore ci unì. 
 
Scena quattordicesima 
Aureliano con seguito e detti. 
 
AURELIANO 
(alle guardie che tolgono le catene ad Arsace) 
Eseguite. Arsace, ascolta, 
Sento ancor di te pietà, 
Ad offrirti un'altra volta 
Vita io vengo e libertà. 
 
ZENOBIA  
Oh! gioia! 
 
ARSACE 
(a Zenobia) 
Ah! mia tu sei! 
 
AURELIANO 
Mala Regina... 
 
ARSACE  
Parla. 
 
AURELIANO  
Abbandonar la dei. 
 
ZENOBIA  
Che sento? 
 
ARSACE  
Abbandonarla! 
 
AURELIANO  
Il voglio. 
 
ARSACE 
A questo prezzo 
La libertà disprezzo, 
Morte terror non ha. 
 
AURELIANO  
E il beneficio mio... 
 
ARSACE  
Io lo ricuso... 
 
AURELIANO  
Indegno! 
 
ZENOBIA 
(accorrendo ora all'uno ora all'altro) 
Arsace... Augusto... oh Dio! 
 
AURELIANO  
Piombi su te lo sdegno... 
 
ZENOBIA  
Io lo difendo. 
 
AURELIANO 
(rivolgendosi a Zenobia) 
Trema. 
S'appressa l'ora estrema... 
L'audace... 
 
ZENOBIA  
Ahimè! 
 
AURELIANO 
Morrà. 
(Pausa. Aureliano li contempla con furore. 
Arsace e Zenobia restano addolorati, indi corrono ad abbracciarsi). 
 
AURELIANO 
Ah! sento che assai 
Lo sdegno frenai. 
In ambi l'offesa 
Punita sarà... 
Ma calma il rigore 
Amore e pietà. 
 
ZENOBIA e ARSACE 
Serena i bei rai, 
Morire mi fai. 
In nostra difesa 
Amor pugnerà... 
Qual barbaro core 
Orrore mi fa. 
 
Scena quindicesima 
Licinio e coro di Romani; Oraspe e coro di 
Palmireni con tutto il seguito di Zenobia; gli 
uni rivolgendosi a Zenobia, gli altri ad 
Aureliano. 
 
CORO 
Vieni all'armi: i tuoi guerrieri 
Di novello ardor son pieni. 
Vieni all'armi; al campo vieni 
A pugnar e a trionfar. 
 
ZENOBIA 
(ad Arsace) 
Vado: addio; 
(ad Aureliano) 
Colà t'aspetto. 
 
AURELIANO 
Si dividano. 
(Son divisi). 
 
ARSACE 
O tormento! 
Mia Regina! 
 
ZENOBIA  
Mio diletto! 
 
CORO 
Vieni; corrasi: al cimento. 
(Le donzelle di Zenobia la circondano 
supplichevoli). 
 
DONZELLE 
Va': tu sola, Arsace e il regno 
Puoi difendere e salvar. 
 
ZENOBIA e ARSACE 
(correndo di nuovo ad abbracciarsi) 
Caro/Cara amante, nel lasciarti 
Io mi sento il cor gelar. 
 
AURELIANO 
O mio cor, per vendicarti 
Devi l'ira soffocar! 
 
ZENOBIA e ARSACE 
Ancora un addio... 
Mancare mi sento... 
Coraggio cor mio... 
All'armi, al cimento. 
(Ad Aureliano) 
Tu vinto sarai, 
(Arsace a Zenobia, Zenobia ad Arsace) 
Tu spera: vivrai, 
Saprò di quel perfido 
Saprai L'orgoglio domar. 
 
AURELIANO 
(a Zenobia ed Arsace) 
Quest'ultimo addio 
Vi accresca tormento... 
(ai Romani) 
Vendetta desio... 
All'armi... al cimento. 
(ad Arsace) 
Tu trema, morrai, 
(a Zenobia) 
Tu vinta sarai. 
(Da sé) 
(Saprò di quei perfidi 
L'orgoglio domar.) 
 
LICINIO, ORASPE e CORO 
Di nostra vendetta 
È giunto il momento 
Deh! vieni... ti affretta... 
All'armi... al cimento... 
 
LICINIO e ROMANI 
(a Zenobia) 
Tu vinta sarai. 
 
ORASPE e PALMIRENI 
(ad Aureliano) 
Tu vinto sarai. 
 
LICINIO, ORASPE e CORO 
Con noi vincerai 
Saprem della perfida/di quel perfido 
L'orgoglio domar
 

 
ATTO SECONDO 
 
Vaste stanze sotterranee, dove Zenobia 
avrà riposto i suoi tesori; scala tortuosa 
che vi dà l'accesso, e diverse altre entrate. 
 
Scena prima 
Donzelle e Grandi del regno in attitudine di 
spavento e di estrema agitazione. 
 
GRANDI DEL REGNO 
Del Cielo, ahi! miseri! 
Piombata è l'ira. 
 
DONZELLE 
Vinta è Zenobia Cadde Palmira. 
 
TUTTI 
Ceppi e ritorte, 
Rovina e morte, 
Il fato barbaro 
Ci preparò. 
 
GRANDI 
O Dei! ricovero 
Più non rimane. 
 
DONZELLE 
Per tutto innondano 
L'armi romane. 
 
TUTTI 
Ed il furore 
Del vincitore 
Forse in Zenobia 
Si consumò. 
 
GRANDI 
Dolente popolo, 
Chi ti mantiene! 
 
DONZELLE 
Cadente patria, 
Chi ti sostiene! 
 
TUTTI 
Ceppi e ritorte, 
Rovina e morte, 
Il fato barbaro 
Ci preparò. 
 
Scena seconda 
Zenobia senz'elmo, tutta dimessa, 
comparisce sulla sommità delle scale e 
discende. 
 
ZENOBIA 
Tutto è perduto. Per Augusto e Roma 
Il Ciel si dichiarò. Cadde Palmira, 
Ed alla sua caduta invan sostegno 
L'Asia intera si fece: in un sol giorno 
L'Asia intera fu vinta... oh pena! oh scorno! 
(rivolgendosi ai Grandi e alle donzelle che 
la circondano) 
Miseri... ahimè! non resta 
Patria per voi... la patria è serva, e servi 
I figli vostri... unica speme è morte... 
Nulla d'amaro ha questa, 
Quando toglie all'infamia... ed io... ma parmi 
Udir d'armati e d'armi 
Lo strepito appressar... giunge Aureliano... 
Ove fuggo?... ogni via 
Chiusa al mio scampo io miro... 
Lassa! dove mi celo? ove m'aggiro? 
 
(Esce Aureliano: tutti si affollano 
supplichevoli innanzi a lui). 
 
Scena terza 
Aureliano fa cenno a loro d'alzarsi e di 
partire, indi si volge a Zenobia, la quale 
sarà in disparte, disdegnosa ecc. 
 
AURELIANO 
Invan, Zenobia, in queste 
Remote stanze il tuo rossor nascondi: 
Ti segue in ogni lato 
L'ira di Roma, e in pochi istanti fia 
Pubblico il tuo rossore e l'ira mia. 
 
ZENOBIA 
Vincesti, Augusto; è giunta 
Palmira in tuo poter: l'Asia sconfitta 
Piega la fronte incatenata e doma; 
Ma per Augusto e Roma 
Il maggior a domar nemico avanza... 
 
AURELIANO  
Un nemico? e qual è... 
 
ZENOBIA  
La mia costanza. 
 
AURELIANO 
Audace! e che pretendi? esci, e d'intorno 
Mira in un breve giorno 
Quanta strage de' tuoi fece il mio brando: 
Quanto in catene, e quando 
Strascinata sarai sul Campidoglio, 
Allor, superba, deporrai l'orgoglio. 
 
ZENOBIA 
Lieve impresa non è: poche finora 
Di Asia Regine de' romani duci 
Il trionfo adornar; l'odio nel mondo 
Contro il Tebro oppressor vive tutt'ora: 
Vi son Cleopatre e Sofonisbe ancora. 
 
AURELIANO 
Se udir volessi, ingrata, 
La maestà di Roma, in pochi istanti 
Dovrei punirti; ma per te mi parla 
Un'altra voce più soave al core: 
Puoi disarmar, Regina, il mio furore. 
 
Se libertà t'è cara, 
Se brami regno e pace 
Cedi, abbandona Arsace: 
Io ti offro gloria e amor. 
 
ZENOBIA 
Taci: è mia gloria sola 
D'Arsace il puro affetto: 
Se vivo in quel bel petto 
Sono Regina ancor. 
 
AURELIANO  
Lo fosti. 
 
ZENOBIA  
Ancor lo sono. 
 
AURELIANO  
Tutto perdesti. 
 
ZENOBIA  
Il trono. 
 
AURELIANO  
Insana! e che t'avanza? 
 
ZENOBIA  
Fama, virtute e onor. 
 
AURELIANO 
(Prima costanza mia, 
Invan ti chiamo al cor: 
Benché crudel mi sia 
Mi piace il suo rigor.) 
 
ZENOBIA 
(Prima costanza mia, 
Non ti partir dal cor: 
Benché fatal mi sia 
Non curo il suo rigor.) 
 
Scena quarta 
Publia e Licinio, frettolosi, e detti. 
 
PUBLIA e LICINIO 
Corri Augusto, Arsace è sciolto. 

 
ZENOBIA e AURELIANO 
Per qual mano?... oh Ciel!... che ascolto: 
 
PUBLIA e LICINIO 
Improvviso Oraspe armato 
Di gran turba secondato 
Il suo carcere assalì. 
 
AURELIANO  
Ed il prence? 
 
ZENOBIA 
(con gioia) 
Oh Dei! 
 
PUBLIA e LICINIO  
Fuggì! 
 
AURELIANO 
Accorrete, la fuga impedite. 
Non perdete, guerrieri, un istante. 
 
ZENOBIA 
Santi Dei, l'opra vostra compite, 
Ed in salvo guidate l'amante. 
 
AURELIANO 
Non sperarlo, fra pochi momenti 
A' suoi lacci ritorno farà. 
 
ZENOBIA 
Il favore degli astri clementi 
Al tuo sdegno sottrarlo saprà. 
(Licinio parte con guerrieri). 
 
AURELIANO 
Non sperar che si cangi tua sorte; 
Sarà breve il tuo folle contento: 
Quanto scende il castigo più lento, 
Trema ingrata, più crudo sarà. 
 
ZENOBIA 
Ah! compensa l'acerba mia sorte 
Questo nuovo improvviso contento: 
Venga pure l'estremo momento, 
Men crudele la morte sarà. 
(Partono). 
 
Amena collina alle sponde dell'Eufrate: al 
fondo varie montagne scoscese con cadute 
d'acqua che si perdono nel fiume. Varie 
capanne di pastori sparse qua e là. 
 
Scena quinta 
Pastori e pastorelle a gruppi sparsi per la 
scena, in festa e in gioia. 
 
PASTORI 
L'Asia in faville è volta, 
Combattono i possenti, 
Sol tra pastori e armenti 
Discordia entrar non sa. 
 
TUTTI 
O care selve, o care 
Stanze di libertà! 
 
PASTORELLE 
Non fia che ferro ostile 
Brillar fra noi si veda, 
Ché non alletta a preda 
La nostra povertà. 
 
TUTTI 
O care selve, o care 
Stanze di libertà! 
 
PASTORI 
Tranquilli il sol ci lascia 
Allor che si ritira. 
 
PASTORELLE 
Tranquilli il sol ci mira 
Quando ritorno fa. 
 
TUTTI 
O care selve, o care 
Stanze di libertà! 
 
(Si allontanano tutti, e si vedono di tempo in 
tempo in distanza come occupati a qualche 
campestre lavoro). 
 
Scena sesta 
Arsace discende da una strada montuosa, 
avviandosi all'amena collina. 
 
ARSACE 
Dolci silvestri orrori, amiche sponde! 
Come è soave dopo tanti affanni 
L'aura che da voi spira! ahimè! lontano 
Dalle umane grandezze in seno a voi 
Volentieri vivrei 
I pochi giorni miei; ma più possente, 
Amor mi sprona all'armi, e a voi m'invola 
Colei che nel mio seno imperio ha sola. 
Perché mai le luci aprimmo, 
Caro bene, in regia cuna, 
Se ci toglie la fortuna 
Quanto a noi promise amor? 
Più felice in mezzo ai boschi 
Al tuo fianco, oh Dio! vivrei: 
Nel tuo core io regno avrei, 
Tu l'avresti nel mio cor. 
Qual lieto suono!... 
 
Scena settima 
I pastori che si erano dispersi entrano di 
nuovo in iscena. 
 
ARSACE 
Ah!, son pastori...! Oh! voi 
Fortunate famiglie! almen son puri 
Fra questi ameni chiostri 
Come l'onda tranquilla i giorni vostri! 
(Al vedere un guerriero i pastori restano 
sbigottiti; Arsace di un cenno li rassicura). 
 
UN PASTORE 
Ah! che vedo? 
Un guerriero! O che tu in questo 
Solingo albergo arrivi, e mostri in volto 
Sembianze di pietà, quali novelle 
Rechi a noi di Palmira? 
 
ARSACE 
Infauste nove... 
Tutto è perduto 
 
UN PASTORE  
E Arsace? 
 
ARSACE 
O buon pastore! 
Non chiedermi di lui... 
 
UN PASTORE 
Tu gemi... Oh! parla... 
(avvicinandosi ad Arsace, e ravvisandolo) 
Dimmi... che miro?... qual aspetto... Dio! 
Di quella voce il suono... 
Ah! prence... 
 
ARSACE 
Non t'inganni. Arsace io sono, 
Sì, vinto e fuggitivo 
Vedi di Persia il prence... 
 
UN PASTORE 
A piedi tuoi 
Ci prostriamo, signor. 
 
TUTTI I PASTORI  
Resta fra noi. 
 
ARSACE 
No! non posso al mio tesoro 
Sacri sono i giorni miei, 
E ch'io spiri appresso a lei 
Vuole amore, il vuole onor. 

Scena ottava 
Oraspe con gran numero di Palmireni e 
Persiani. 
 
ORASPE e GUERRIERI 
Vieni, o prence: è già compita 
Di Palmira la rovina: 
Cadde, oh Dio!, la tua Regina 
In poter del vincitor. 
 
ARSACE 
Ah! che sento... ahimè, che pena! 
Ah! si corra... o cor, costanza! 
Perché darmi, o ciel, speranza, 
E piombarmi in nuovo orror! 
 
PASTORI 
Resta, o prence: ah contro il fato 
Non ha forza uman valor. 
 
ORASPE e GUERRIERI 
Vinceremo e Roma e il fato 
Se ci guida il tuo valor. 
 
ARSACE 
Non lasciarmi in tal momento, 
Bel pensier di gloria e amor. 
Se mi segui nel cimento 
Lieta è l'alma e balza il cor. 
(Volgendosi ai guerrieri) 
A seguitarmi in campo 
Ognuno di voi si appresti: 
Abbia Palmira scampo, 
Salva Zenobia resti, 
E forse l'Asia intera 
Si tolga a Roma ancor. 
 
PASTORI 
Ah! se ritorni in campo 
Forse non hai più scampo, 
E con Zenobia perdi 
I tuoi bei giorni ancor. 
 
ARSACE e GUERRIERI 
Ah! sì, ci guida in campo, 
Trovi Zenobia scampo, 
E colla patria resti 
Libera l'Asia ancor. 
(Arsace parte con Oraspe e col seguito; i 
pastori si ritirano e si disperdono). 
 
Atrio della reggia abitata dal vincitore. 
 
Scena nona 
Aureliano e Publia. 
 
PUBLIA 
La sicurezza tua, perdona Augusto, 
Esser potria fatale. È manifesto 
Al popol tutto omai, 
Che Arsace i vinti aduna, e tu nol sai! 
 
AURELIANO 
Gl'aduni pur; che fia perciò? qual ponno 
Forza opporre al destin le genti dome? 
 
PUBLIA 
Molta, o signore: il lor coraggio. 
 
AURELIANO 
E come? 
Non fugge Arsace! oh! fugga pur: mi basta, 
Che a me resti Zenobia. Io l'amo, o Publia, 
E se consente amarmi, 
Il braccio punitor fia che disarmi. 
 
PUBLIA 
Ma non vedesti? ella t'aborre, e solo, 
Benché misero, adora 
Di Persia il prence. Ah, sai che in nobil petto 
La fiamma che l'accende eterna dura, 
Anzi s'accresce amor colla sventura. 
Ecco Zenobia... 
 
AURELIANO 
Su quel cor si tenti 
L'ultimo sforzo. 
 
Scena decima 
Zenobia, indi Licinio, e detti. 
 
AURELIANO 
E tuo, Zenobia, ancora 
Questo trono, se vuoi; placati, e meco 
A regnar sulla terra... 
 
LICINIO 
Piomba Arsace, signor, a nuova guerra. 
 
PUBLIA 
(ad Aureliano) 
(Non tel dicea?) 
 
AURELIANO  
(Che sento!) 
 
ZENOBIA  
(Io spero ancora.) 
 
AURELIANO 
Senza frappor dimora 
Va', Licinio, a punir la nuova offesa. 
 
LICINIO 
Ardua è, signor, l'impresa: 
De' fuggitivi Persi 
Adunò le falangi, e forti schiere 
S'accompagnar per via. Come torrente 
Che soverchia la sponda, 
Urta i Romani e la cittade inonda. 
 
PUBLIA  
(Oh periglio!) 
 
AURELIANO  
(Oh furor!) 
 
ZENOBIA  
(Oh gioia!) 
 
LICINIO 
Avanti 
Il popolo gli corre, e freme, e seco 
Armato entra in Palmira; all'improvviso 
Colte le tue legioni, oppor difesa 
Tentaro invan, volte ne andaro in fuga. 
Estremo è il danno, e il braccio tuo richiede. 
 
AURELIANO 
Corrasi... Io fremo... A me rapirti ei crede? 
Fuggia quel vile! bramerà ben tosto 
Che al mio furor nascosto 
L'avessero per sempre 
I libici deserti... Oh! qual gli appresto 
Supplizio atroce!... Ultimo oltraggio è questo. 
Più non vedrà quel perfido 
Del nuovo giorno i rai: 
Altro che il freddo cenere, 
Barbara, non avrai 
Il tuo dolor da pascere, 
Il tuo fatale amor. 
(Zenobia rimane spaventata; Aureliano la 
guarda, e comincia ad intenerirsi). 
Ma tu piangi! ah! si, lo vedo, 
Di placarmi hai tempo ancor. 
I suoi giorni a te concedo 
Se mi doni il tuo bel cor. 
 
(Odesi gran tumulto di dentro e voci che 
confusamente gridano). 
 
CORO 
Arrestate... olà... vendetta... 
Che spavento!... che timor! 
 
PUBLIA e LICINIO 
Senti... Augusto... va'... ti affretta; 
Forse Arsace è vincitor. 
 
AURELIANO 
Sì, vendetta! assai d'inciampo 
Fu l'indegna al mio valor... 
Trema... attendi... smanio, avvampo, 
Mille furie io sento in cor. 
(Parte minaccioso con Licinio). 
 
Scena undicesima 
Publia e Zenobia. 
 
PUBLIA 
Vedesti? oh come irato 
Parte Aurelian da noi; per te pavento, 
E tremo per Arsace. 

 
ZENOBIA 
Avvi nel Cielo 
Un Nume, che combatte 
Degl'oppressi a favor contro Aureliano. 
 
PUBLIA 
Nume non v'ha contro il destin romano. 
Ma!... s'appressa alla reggia 
D'armi fragor. 
 
ZENOBIA 
Suono guerrier s'ascolta... 
Non tradirmi una volta 
Oh speranza fallace! 
 
PUBLIA 
Corrasi; ah! forse è già vicino Arsace. 
(Parte). 
 
Scena dodicesima 
Zenobia, indi Oraspe. 
 
ZENOBIA 
Già manca il dì: Numi, che imploro, ah! fate 
Che quest'orribil notte 
L'ultima sia de' mali miei... più presso 
Il tumulto si fa... che stato è il mio!... 
Che orror!... ma... veggo, oh Dio! 
Sbigottiti fuggir veggo i custodi... 
Un guerrier s'avvicina... 
Oraspe... 
 
ORASPE 
Ah! ti ritrovo, o mia regina!... 
Fuggi, vien via con me. 
 
ZENOBIA 
Dimmi... d'Arsace 
Che fu? 
 
ORASPE 
Combatte ancor, mala vittoria 
Cerca invano afferrar; io disperato 
Infino a te la via m'apersi; ah vieni... 
Pria che tutto si perda, i giorni tuoi 
Salva, e ti serba a miglior fato. 
 
ZENOBIA  
Oh pena! 
 
ORASPE  
T'affretta... 
 
ZENOBIA 
Ove fuggir?... mi reggo appena. 
 
Luogo remoto presso la reggia. Notte con 
luna. 
 
Scena tredicesima 
Arsace, indi Zenobia ed Oraspe. 
 
ARSACE 
Inutil ferro!... che fai meco?... Io sono 
Un'altra volta fuggitivo e vinto. 
Oh Zenobia, per te! - Notte funesta, 
Addensa i veli tuoi: lume di giorno 
Mai più risplenda alla mia trista vita, 
Se Zenobia è per sempre a me rapita. 
Alcun si appressa... Ah! fui scoperto... 
(si ritira in disparte). 
(Esce Zenobia con Oraspe). 
 
ORASPE 
Al mio 
Braccio ti reggi. 
 
ZENOBIA  
Ove mi guidi? 
 
ORASPE In salvo, 
Se lo concede il Ciel. 
 
ZENOBIA 
Tremante e incerta 
Fra quest'ombre m'aggiro. 
 
ARSACE  
Qual voce il cor mi scosse! 
 
ZENOBIA 
(appressandosi) 
Ah! qual sospiro! 
 
ARSACE  
Zenobia! 
 
ZENOBIA  
Arsace! 

 
ARSACE 
È dessa... 
(correndo a lei con gioia). 
 
ZENOBIA  
Oh! gioia! 
(Intanto Oraspe si aggira in fondo alla 
scena come per esplorare e si perde). 
 
ARSACE 
Alfine 
Ti stringo a questo petto. 
 
ZENOBIA 
Pur ti abbraccio una volta, o mio diletto. 
Mille sospiri e lagrime 
Conforta un sol contento. 
Per così bel momento 
Si può soffrire ancor. 
 
ARSACE 
Cari mi sono i gemiti 
Sparsi da te, lontano. 
Ah! che non piansi invano, 
Se a te mi rende amor. 
 
ZENOBIA  
Dolce notte! 
 
ARSACE  
Amiche tenebre! 
 
ZENOBIA  
Sempre insieme! 
 
ARSACE 
Uniti ognor! 
Se la tua bella immagine 
Sfidar mi fe' la sorte, 
Io sfiderò la morte 
Or che ti stringo al cor. 
(Si sente strepito d'armi. I due amanti 
corrono ansiosi a vedere e ritornano). 
 
ZENOBIA  
Giunge Augusto... 
 
ARSACE 
Un'altra via... 
(per avviarsi alla sinistra). 
 
ZENOBIA  
Vien Licinio... 
 
ARSACE 
(disperato) 
Il brando ho ancora... 
(raccogliendo la spada). 
 
ZENOBIA  
Ah! che fai? 
 
ARSACE  
Morire in pria... 
 
ZENOBIA  
Teco io moro... 
 
ARSACE 
(per ferirla) 
Ebben, si mora... 
Ah! che tento!... ora funesta! 
(allontanandosi precipitoso). 
 
ZENOBIA  
Vibra il colpo. 
 
ARSACE 
(per ferirsi) 
Io solo... 
(Aureliano e Licinio sopravvengono 
se guiti da numeroso drappello con faci. 
Arsace è trattenuto). 
 
Scena quattordicesima 
Aureliano e detti. 
 
AURELIANO 
Arresta. 
Si disarmi il traditor. 
(Arsace è disarmato). 
 
Poca pena, indegni, è morte: 
Voi vivrete in pianto amaro: 
Del rossor che vi preparo 
Sarà il Tebro spettator. 
 
ZENOBIA  
Per pietà... 

 
AURELIANO  
Pietà non sento. 
 
ARSACE  
Morte io voglio... 
 
AURELIANO  
No: vivrai. 
 
ARSACE  
L'onta mia tu non vedrai. 
 
ZENOBIA  
Non godrai del mio rossor. 
 
AURELIANO 
Ah! perché mai quell'anime 
Nate non sono in Roma! 
Cori sì grandi e intrepidi 
Invidio all'Asia doma, 
E mille ignoti palpiti 
Calmano il mio rigor. 
 
ZENOBIA e ARSACE 
Vivi: saran nostr'anime 
Esempio al mondo e a Roma; 
Tutto non resta al barbaro 
L'onor dell'Asia doma, 
Quando il mio cor non palpita, 
Quando non hai timor. 
 
AURELIANO 
Entro carcere distinto... 
Li traete, o fidi miei. 
 
ARSACE 
Infierir tu sai nel vinto, 
Sei Romano... 
 
ZENOBIA  
E Augusto sei. 
 
AURELIANO 
Alme audaci! 
(a Zenobia) 
Parti, 
(ad Arsace) 
Va'. 

 
ZENOBIA e ARSACE 
Io parto... (oh dolore!) 
M'abbraccia, mio bene. 
Deh! scemi l'orrore 
Di nostre catene, 
L'amor, che seguace 
D'entrambi sarà... 
(Il pianto s'asconda, 
Che il seno m'innonda, 
Che freno non ha.) 
 
AURELIANO 
(Cotanto valore 
Sorpreso mi tiene.) 
Aggravi l'orrore 
Di vostre catene 
L'idea che la pace 
Giammai vi unirà... 
(La nova s'asconda, 
Che il seno m'innonda 
Ingiusta pietà.) 
(Partono). 
 
Atrio come sopra. 
 
Scena quindicesima 
Publia sola. 
 
PUBLIA 
È deciso il destino 
Di Zenobia e dell'Asia. Oh! Arsace! o caro 
E sventurato Arsace! 
Quanto ti costa il tuo funesto amore! 
Zenobia il tuo bel core 
A me rapisce, a te la vita invola... 
Posso salvarti io sola, 
E salvarti vogl'io 
Col sacrificio d'ogni affetto mio. 
Non mi lagno che il mio bene 
Doni ad altra Amor tiranno; 
Ma soffrir non so l'affanno 
Di vederlo, oh Dio! spirar. 
Goda pur di quella pace 
Che godere a me non lice; 
Pur che viva e sia felice 
Saprò tutto sopportar. 
 
Scena sedicesima 
Aureliano con gran seguito, Publia che 
ritorna, indi Licinio. 
 
AURELIANO 
(Scacciar mi è forza alfine 
Questo malnato amor... Solo si ascolti 
L'offesa maestà: della superba 
Si abbassi omai l'orgoglio, 
Mi segua con Arsace al Campidoglio.) 
 
PUBLIA 
(Coraggio, o cor; è necessario il passo, 
Se lo comanda amor.) 
A' piedi tuoi Vedi Augusto... 
(per inginocchiarsi). 
 
AURELIANO 
(trattenendola) 
Che fai? Publia! Che vuoi? 
 
PUBLIA 
La tua clemenza imploro; 
Di Persia il prence adoro 
Senza speranza io pur; ma non poss'io 
Soffrir che il tuo rigore 
Morte e infamia gli appresti. Al mondo e a lui 
Sommo di tua virtute esempio dona, 
Ogni oltraggio ti scorda, e gli perdona. 
 
LICINIO 
Tutti, o Signore, di Palmira i Grandi 
Sul destino tremanti 
Della vinta città, vengon pietade 
Ad implorar da te. 
 
PUBLIA 
Placati, Augusto... 
Tu non rispondi!... e che ti costa mai 
Un atto di virtù, perché i miei voti 
E d'un popolo intiero il pianto sdegni? 
 
AURELIANO 
Son quegli audaci di perdono indegni. 
 
Scena ultima 
Escono i Grandi del regno: addolorati e 
supplichevoli si prostrano ad Aureliano, indi 
Arsace, Zenobia ed Oraspe fra le guardie. 
 
GRANDI 
Nel tuo core unita sia 
La clemenza col valor! 
Siam tuoi figli. Augusto, oblìa 
Che sei nostro vincitor. 
 
AURELIANO 
(alle guardie, che partono) 
I prigionieri a me. 
 
GRANDI 
(Che mai risolve?) 
 
PUBLIA  
(Che mi lice sperar?) 
 
AURELIANO 
(Onta non faccia 
Un estremo rigore al nome mio. 
Degna vendetta è un generoso oblìo.) 
(Escono Arsace, Zenobia ed Oraspe). 
Mirate; ognun per voi perdono implora: 
E d'ottenerlo ancora 
Speme vi resta. Eterna fede a Roma 
In faccia al vinto e al vincitor giurate; 
Liberi siete, ed a regnar tornate. 
 
ZENOBIA  
(Oh generoso!) 
 
ARSACE  
(Oh grande!) 
 
PUBLIA  
(Oh magnanimo eroe!) 
 
ZENOBIA 
Vincesti. A Roma 
Giuro salda amistà. 
 
ARSACE 
Giuro in tua mano 
Pace al Tebro e tributo ad Aureliano. 
 
AURELIANO 
Copra un eterno obblìo 
Ogni passato errore: 
Vi stringa a noi l'amore, 
Che le vostr'alme unì. 
 
TUTTI I CORI, PUBLIA, LICINIO 
e ORASPE 
Torni sereno a splendere 
All'Asia afflitta il dì. 
 
ZENOBIA 
Il giuramento mio 
Porterò sempre in core; 
Lo custodisca amore, 
Che le nostr'alme unì. 
 
TUTTI 
Torni sereno a splendere 
All'Asia afflitta il dì. 
 
ARSACE 
Amico a te son io, 
Sarò Romano in core: 
Serbi il gran voto amore, 
Che le nostr'alme unì. 
 
TUTTI 
Torni sereno a splendere 
All'Asia afflitta il dì.